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mercoledì 23 febbraio 2011

Emergenza in Libia e il petrolio s'impenna

Le tensioni in Libia per il momento non rappresentano un problema per l'Italia, ma fanno riflettere sull'eccessivo sbilanciamento del Paese per quanto riguarda le forniture energetiche. Il problema dell'eccessiva dipendenza italiana dai fornitori stranieri di gas e petrolio riapre il dibattito sul nucleare, la cui scelta potrebbe essere la via più giusta.

A causa dell’emergenza in Libia, infatti, l’Eni ha sospeso le attività legate alla produzione del petrolio e del gas naturale, e ha provveduto a mettere in sicurezza gli impianti relativi alla lavorazione di queste risorse energetiche. Inoltre sembrano ormai prossime alla conclusione le operazioni di rimpatrio dei dipendenti della multinazionale, cominciato ieri. Precisamente, mancano ancora 34 lavoratori da rimpatriare, ma l’Eni sta nel frattempo effettuando un costante monitoraggio della situazione.

Questa mattina, il “Quotidiano Energia” ha comunicato che Eni avrebbero effettuato un progressivo svuotamento del gasdotto Greenstream, che conduce il gas dalla Libia alla Sicilia, data la situazione di pericolo creatasi in Libia. La diminuzione dei flussi energetici toccherà anche il gruppo Edison, che ha ricevuto una comunicazione da parte dell’Eni, in cui la società spiega che a causa della critica situazione nel Paese nord africano, non sarà più possibile garantire tutti i flussi di gas previsti per Foro Bonaparte, che è il maggiore cliente di Greenstream.

giovedì 17 febbraio 2011

Si può fare a meno dell’energia nucleare?

Per rispondere alla domanda- si può fare a meno dell'energia nucleare? - ci sono numerose considerazioni da valutare.

La prima considerazione riguarda l'Europa. Nel Vecchio Continente (UE e altri Paesi europei, Russia compresa), vi sono grandi centrali elettriche per circa 500.000 MW che nei prossimi 20-25 anni dovranno essere messe fuori servizio per anzianità. E quindi sostituite da nuove centrali per una potenza equivalente (senza qui considerare l'ulteriore potenza necessaria a soddisfare la nuova domanda, che, pur in presenza di politiche di risparmio e di efficienza energetica, è prevista in notevole crescita).

Si tratta in gran parte di centrali "di base" (soprattutto nucleari e a carbone) il cui servizio è cioè indispensabile tutto l'anno, di notte e di giorno, in giornate ventose e senza vento, per cui è impensabile che possano essere sostituite da fonti rinnovabili, se non in minima parte.

Chi è convinto che si possa rinunciare al nucleare in Italia dovrebbe anche dire quale alternativa ci sia alla sostituzione di queste centrali. Anche in considerazione dei vincoli di competitività, di sicurezza degli approvvigionamenti, di inquinamento locale e di emissioni di gas serra che sono già forti oggi e che saranno di anno in anno crescenti.

Ovviamente non è né logico né razionale ipotizzare che tutta questa potenza venga sostituita da nuove centrali nucleari. Ma certo è difficile immaginare un futuro senza un rilevante ruolo anche per il nucleare, è che l'unica fonte che offre grandi potenze unitarie a prezzi competitivi, senza accrescere la dipendenza da altri Paesi , senza emettere alcun tipo di inquinante (ossidi di zolfo e di azoto, polveri, diossine e altri inquinanti chimici) e senza impatto sul clima globale.

La seconda considerazione è di carattere più generale. Sulla Terra vivono 6,7 miliardi di persone, di cui "i ricchi" (1,2 miliardi, pari al 18% circa) consumano quasi il 50% di tutta l'energia primaria prodotta e il 60% di quella elettrica. Dei rimanenti 5,5 miliardi, che si dividono il restante, circa un miliardi e mezzo di persone non ha nemmeno accesso all'elettricità.

Inoltre continuiamo ad aumentare di numero: tra poco più di 30 anni saremo 9 miliardi, con un incremento di popolazione tutto a carico dei Paesi oggi in via di sviluppo, che quindi raggiungeranno la cifra di 7,5-8 miliardi, mentre noi "occidentali" resteremo più o meno 1,2 miliardi.

Ebbene, è lecito e giusto sperare che quei 7-8 miliardi di "altri" possano avere un consumo di energia elettrica adeguato a soddisfare dignitosi livelli di vita. Diciamo: un consumo, tra 30-40 anni, pari alla metà di quello medio oggi in Europa (e quindi ad a un quarto di quello medio americano).

Nell'auspicabile modesta ipotesi appena fatta, i consumi di energia elettrica nel mondo dovranno molto più che raddoppiare rispetto ad oggi. Il che vuol dire che occorrerà reperire una quantità enorme di energia supplementare, da utilizzare nel rispetto dell'ambiente e senza impatti sul clima globale.

In questo caso un ruolo di primo piano, forse determinante, potrà sicuramente essere svolto dalle fonti rinnovabili. Ma per la copertura della grande domanda di base proveniente da Paesi sempre più urbanizzati e sempre più industrializzati sarà comunque indispensabile una larga quota di energia prodotta da grandi centrali di potenza. E dunque, di nuovo, si pone la domanda: si può fare a meno dell'energia nucleare?

martedì 25 gennaio 2011

Più sole e atomo: la strategia energetica di Riad

Meno dipendenza dal petrolio, più energia da fonti alternative, in particolare dal sole e dall'atomo.
Partendo da altre premesse e altri scenari geo politici, arriva alla stessa conclusione della neccessità di diversificare le fonti energetiche anche il paese di re Abdullah, il più ricco al mondo per riserve petrolifere. Oggi, infatti, si trova davanti a un bivio: continuare a basare il proprio sviluppo sull'estrazione del greggio, rischiando tra pochi anni di non poter garantire i livelli di export attuali, oppure avviare nuovi progetti per differenziare le proprie fonti d'approvvigionamento e "salvaguardare" le riserve petrolifere.

La questione, riporta il sito web dell'emittente "Financial Times", è vitale per l'economia del paese del Golfo. Un recente rapporto governativo indica che nei prossimi 17 anni il fabbisogno energetico della popolazione saudita quasi triplicherà, passando da 3,2 milioni di barili al giorno a 8 milioni, che è pressapoco il dato della produzione attuale. Il rischio è che la maggior parte delle risorse debba essere destinato al mercato interno, riducendo le esportazioni di greggio sulle quali il paese ha finora fondato la sua ricchezza.

"Le esportazioni di petrolio e la crescita economica saranno frenate se non ci sarà un incremento di energia prodotta da altre fonti", ha affermato Hashim Yamani, presidente della Città di re Abdullah per l'Energia atomica e rinnovabile. La strategia di Riad di diversificare le fonti d'approvvigionamento energetico risponde quindi alla crescente domanda interna. Negli ultimi mesi i vertici di Riad hanno discusso con Mosca la firma di un progetto di accordo di cooperazione per lo sviluppo di energia nucleare a scopi civili.

lunedì 29 novembre 2010

Il referendum del 1987 e la scelta di "spegnere" il nucleare. Ma anche no

«In realtà» afferma Adriano De Maio, ex rettore del Politecnico di Milano e della Luiss di Roma ed ex commissario del Consiglio nazionale delle ricerche, il referendum al quale gli italiani sono stati chiamati a votare nel 1987, «non chiedeva affatto alla popolazione di chiudere le centrali, che allora erano quattro e tutte di buona qualità, né di bloccare quelle future, come Montalto di Castro, che sarebbe entrata in funzione proprio nel 1987, né di rinunciare a qualsiasi studio e sviluppo e a un settore industriale nel quale avevamo una presenza consolidata. Si sfruttò l’onda emotiva per fini politici, come se oggi si chiedesse di rinunciare alla benzina per l’incuria della Bp nel Golfo del Messico».

I tre quesiti del 1987 chiedevano di abrogare due articoli minori di una legge del 1983 sulla localizzazione delle centrali e rimborsi ai comuni, e uno della legge istitutiva dell’Enel del 1973 che consentiva di partecipare alla gestione di centrali atomiche all’estero. Fu nell’88 che i governi di Giovanni Goria e Ciriaco De Mita decisero di modificare il piano energetico nazionale (Pen) decretando una «moratoria nell’uso del nucleare quale fonte energetica».

In nessun momento ci si chiese quale sarebbe stato l’impatto sull’economia, sulla dipendenza energetica, oltre che sulla stessa salute per la rinuncia allo studio di impianti più moderni e sicuri. «Insomma, non si sottoposero ai cittadini i costi del non fare» dice De Maio. «Neppure ora bisogna essere approssimativi né banali, se però ci si fa prendere la mano da analisi non metodologicamente corrette, allora conviene rivolgersi agli sciamani».

Da un articolo pubblicato su Panorama

mercoledì 3 novembre 2010

Al via il road show informativo sull’atomo

Il dibattito sul nucleare entra nelle università italiane: è partito la scorsa settimana il road show informativo sul tema del ritorno all’energia atomica, organizzato da Enel ed Edf in collaborazione con i principali atenei del nostro Paese. Il progetto, dal titolo “L’energia nucleare accende la ricerca”, andrà avanti fino a maggio 2011 e comprende dieci tappe: la prima è stata Genova, le prossime saranno Palermo e Torino. Argomenti principali del road show genovese sono stati medicina e tecnologia in ambito nucleare. Obiettivo dell’evento è promuovere nel mondo accademico una nuova cultura del nucleare, evidenziandone le opportunità sia in termini di incremento della ricerca che in genere occupazionali.

Gli studi sull’atomo, pur con fortune alterne, in realtà non si sono mai interrotti: in Italia oggi gli studenti e i dottorandi che completano il loro ciclo di studi sui temi nucleari sono circa 80-100 l’anno e finora la maggior parte di loro è stata successivamente impiegata all’estero. I docenti e i ricercatori dei tre settori scientifici caratteristici legati all’energia atomica (fisica del reattore nucleare, impianti nucleari, strumentazioni e misure nucleari) sono, invece, circa 70. I corsi di laurea in ingegneria nucleare, o in ingegneria energetica con percorsi di formazione sul nucleare sono presenti in diversi atenei, dal Politecnico di Milano e di Torino all’Università di Pisa, dall’università di Padova alla Sapienza di Roma, fino alle Università di Palermo, Bologna e Pavia.

Nella stessa Genova è attivo dal 2009 il Master di II livello in "Scienze e Tecnologie degli impianti nucleari".Tuttavia non c’è dubbio che il ritorno all’atomo renda ancora più necessario rispetto al passato formare nuove figure da impiegare in diversi campi: non solo ingegneri nucleari, ma anche economisti, giuristi, tecnici specializzati, periti, sociologi…

L’iniziativa, a mio avviso, raggiunge due obiettivi important: innanzitutto fornire un quadro completo delle tante possibilità occupazionali legate al nucleare, ma anche contribuire a parlare correttamente di energia atomica, in una fase in cui spesso e volentieri se ne parla in maniera sbagliata.

mercoledì 20 ottobre 2010

"Energia libera" per avvicinare i giovani ai temi caldi

Navigando per la rete, qualche settimana fa ho trovato questo nuovo magazine interamente dedicato all’energia, dal titolo “Energia libera”. Devo dire che mi ha incuriosito subito, non solo per il titolo accattivante e per i contenuti, che un appassionato di tematiche energetiche come me non può non apprezzare, ma anche per come è costruito. Il portale è organizzato in modo molto semplice e il linguaggio è chiaro, fatto proprio per i non “addetti ai lavori” e, nello specifico, per il target giovanile che affolla la rete (infatti è realizzato in collaborazione con Studenti.it, il popolare sito sul mondo dello studio e del lavoro) . Un tipo di impostazione secondo me azzeccatissimo, non solo perché ci troviamo in una fase in cui il tema energia è tornato di nuovo in primo piano, ma anche perché è importantissimo farlo conoscere ai giovani, che spesso non hanno le informazioni giuste e finiscono per parlare solo “per sentito dire”.

Mi riferisco in particolare al tema del nucleare: tra le varie sezioni del magazine (energie alternative, l’energia è vita, l’energia sta finendo) ce ne è anche una sull’energia atomica, “Nuke pro-contro”. L’intento, si legge nell’intestazione, è dare vita a “un’impostazione assolutamente neutrale senza alcuna posizione evidente Pro Energia Nucleare, funzionale all’attivazione di un dialogo costruttivo”. Credo che il sito centri in pieno quest’obiettivo, innanzitutto perché favorisce un effettivo dibattito: chiunque può commentare i post e condividere gli articoli sui social network, senza dimenticare che viene data anche la parola a esperti, che danno il loro prezioso contributo sull’argomento. I toni, poi, sono sempre bilanciati, abbandonando così l’allarmismo che spesso accompagna il tema nucleare. Insomma, parafrasando il titolo del magazine, finalmente un’ “energia libera” da pregiudizi e disinformazione!!

martedì 7 settembre 2010

Il governo tedesco ha deciso: prolungata la vita delle centrali

Il sistema energetico «più ecocompatibile ed efficiente del mondo»: così il cancelliere tedesco, Angela Merkel, ha descritto il nuovo piano energetico che il suo governo presenterà ufficialmente il 28 settembre.

Il piano comprende la tanto discussa proroga delle centrali nucleari, che resteranno dunque in attività in media 12 anni più del previsto. Più precisamente, l'estensione sarà di 8 anni per i 7 reattori più vecchi, costruiti fino agli anni Settanta, e di 14 anni per i 10 impianti più recenti.

Il compromesso raggiunto dal governo il 5 settembre conferma anche un altro provvedimento contestato: la tassa sul combustibile. In cambio della proroga, le società che gestiscono le centrali dovranno pagare 145 euro per ogni grammo di uranio e plutonio. La tassa dovrà portare nelle casse del governo circa 2,3 miliardi di euro all'anno per 6 anni.

Il compromesso approvato è una dimostrazione della visione del governo Merkel: il nucleare come fonte di energia di transizione verso un futuro dominato dalle rinnovabili, del cui sviluppo si farà carico economicamente. Le società nucleari hanno comunque molto da guadagnare: secondo un rapporto realizzato dall'Energiewirtschaftliches Institut (Istituto per l'economia dell'energia) dell'Università di Colonia e dalla società svizzera di consulenza Prognos, la proroga comporterà incassi ulteriori per 6,4 miliardi di euro all'anno.

Il piano energetico testimonia la posizione della Germania come capofila dei Paesi attenti all'ecologia: prevede anche nuovi incentivi alle energie rinnovabili e varie altre misure per il risparmio energetico, l'efficienza della rete e la protezione dell'ambiente.

Secondo i progetti del precedente governo a guida socialdemocratica di Gerhard Schröder, l'ultima centrale nucleare avrebbe dovuto chiudere entro il 2022. Proprio il partito socialdemocratico, ora all'opposizione, ha annunciato la propria contrarietà al nuovo piano, promettendo di ritirarlo in caso di vittoria alle prossime elezioni politiche del 2013.

Fonte: Nuclear News

mercoledì 1 settembre 2010

La sicurezza sul nucleare e il modello da imitare

Il disastro ambientale del Golfo del Messico non sarebbe avvenuto se l'industria petrolifera avesse un sistema di sicurezza simile a quello dell'industria nucleare. Adesso, e per il futuro, è proprio il nucleare il modello a cui ispirarsi per evitare altre catastrofi. Lo ha affermato Bob Graham, senatore degli Stati Uniti e copresidente della National Commission on the BP Deepwater Horizon Oil Spill and Offshore Drilling, la commissione voluta dal presidente Barack Obama per indagare sull'incidente del Golfo, le responsabilità e le contromisure.

Negli Stati Uniti, ha osservato Graham, la cultura della sicurezza nucleare è avanti di decenni rispetto al settore petrolifero. Nel 1979, dopo l'incidente di Three Mile Island, l'unico di una certa gravità mai avvenuto in un reattore in Occidente, è stato creato l'Institute of Nuclear Power Operations (INPO): un ente non profit con l'incarico di «aiutare l'industria nucleare a raggiungere i più alti standard di sicurezza e di eccellenza».

Secondo Graham, l'INPO ha raggiunto perfettamente il suo scopo: «Ha stabilito delle best practice e le ha monitorate in modo assillante. Gli standard di sicurezza delle centrali negli ultimi anni sono migliorati enormemente». Negli anni Ottanta, un reattore subiva in media 7 blocchi automatici di sicurezza all'anno. Oggi la media è vicina allo zero. Inoltre la dose di radiazioni a cui è esposto un lavoratore è un sesto rispetto a quella di 30 anni fa.

«L'INPO non sostituisce gli organismi governativi, come l'Atomic Energy Commission e la Nuclear Regulatory Commission, ma è un loro complemento», ha aggiunto William Reilly, l'altro presidente della Commissione. Ora è giunto il momento di seguire l'esempio: «L'insegnamento dell'industria nucleare è molto istruttivo per quella petrolifera», ha concluso Graham.

Fonte: NuclearNews

venerdì 27 agosto 2010

Hack: in" Italia a lume di candela"

La lettura di questo libro 'Italia a lume di candela' di Marzio Bellacci (edizioni 'L'Asino d'Oro') è "estremamente utile per sfatare molte leggende, illusioni, anche antiscientifiche paure e capire i vantaggi e gli svantaggi di ciascun tipo di tecnologia, i costi e la loro fattibilità in tempi relativamente brevi". Parola di Margherita Hack, astrofisica di fama mondiale, che cura la prefazione del libro appena in libreria.

"Noi compriamo energia dalla Francia, dalla Svizzera, dall'Austria, dalla Slovenia, siamo terrorizzati dall'idea di costruire centrali nucleari in Italia, ma acquistiamo energia nucleare da tutti questi paesi confinanti - aggiunge la Hack - Se si verificasse un disastro noi avremmo gli stessi danni loro, senza averne goduto i vantaggi". In 'Italia a lume di candela' si scopre, ad esempio, che ancora oggi, "l'elettricità prodotta e distribuita da centrali estere - si legge in una nota - ci costa il 40% in più della media europea; che "la favola del carbone" si e' arenata per l'incapacità italiana di adeguare i carri ferroviari e i binari agli standard del resto del mondo; che il metano e' la fonte meno inquinante, ma più costosa, senza contare il problema dei rigassificatori". Un capitolo del libro e' dedicato poi alle energie rinnovabili e pulite, in grado per il momento di contribuire "in misura irrisoria" alla produzione elettrica nazionale. "Il sospetto è però che anche qui si stiano compiendo gli stessi errori del passato. In definitiva, secondo le previsioni, le nostre potenzialità sono tali che - sostiene l'autore, già inviato del settimanale "Epoca", poi al Sole 24 Ore - saremo ancora costretti a importare energia nucleare da tutti paesi confinanti, energia eolica da Germania e Danimarca e biocarburanti da vari paesi". Allora "è urgente alimentare la ricerca per sviluppare nuove tecnologie", dicono la Hack e Bellacci, per il quale, "il rilancio dell'energia nucleare da parte del governo Berlusconi, nei termini convulsi in cui e' stato proposto, non risolverà il problema e avrà costi insostenibili, finendo così per diventare l'ennesimo minestrone energetico all'italiana". Il libro ripercorre con dovizia di riferimenti e cifre, "le vicende di 40 anni di piani nazionali. Il risultato? Paghiamo l'energia elettrica il 40% in più della media europea".

mercoledì 25 agosto 2010

Red Book 2010: uranio risorse per minimo altri 100 anni

E’ uscito l'ultimo rapporto sulle riserve uranifere mondiali, aggiornato al 1° gennaio 2009. Noto come Red Book, questa ricognizione globale delle risorse di uranio è frutto del lavoro congiunto della IAEA – NEA (agenzia OECD per il nucleare) ed è pubblicato ogni due anni.

Notevoli le novità dell’ultima edizione rispetto a quella del 2007: le riserve uranifere mondiali certe sono aumentate del 15% arrivando a 6,3 milioni di tonnellate dai 5,5 milioni del precedente Red Book. Questo aumento è imputabile principalmente a nuove valutazioni dei giacimenti già conosciuti. E' stata aggiunta una nuova categoria di prezzo, <260$/kg (100$/lb), dovuta a vari fattori: la progressione delle quotazioni dell'uranio dal 2003 ( superando i 100$/kg nel corso del 2007), l’aumento dei costi estrattivi (alcuni paesi hanno introdotto nuove tassazioni) e l’aspettativa di futuri rialzi con la progressiva realizzazione di nuove centrali in costruzione.

Per la lettura integrale continua su newclear

martedì 17 agosto 2010

Germania: rimandare di 14 anni il phase out per diventare più verde?

Il trampolino per giungere all’agognata era delle energie rinnovabili si chiama nucleare? Così secondo Guido Westerwelle, ministro degli Esteri e vice cancelliere del governo Merkel , il quale, la scorsa settimana, ha riconosciuto che una moderata estensione della vita utile delle centrali tedesche, programmate per essere spente entro il 2022, è il passaggio necessario per conseguire un mix energetico con fonti pulite e sostenibili.
La sua dichiarazione, a margine di un gabinetto dei ministri che ha approvato il Piano Nazionale per le Energie Rinnovabili che dovranno balzare entro il 2020 al 20% del fabbisogno nazionale rispetto al 18% programmato partendo dall’attuale 10%, ha fatto il giro delle agenzie internazionali. Ha anche riacceso l’infuocato dibattito interno che, in prospettiva, potrebbe avere delle ripercussioni sui delicati equilibri di governo. In effetti, l’allungamento della vita utile delle centrali nucleari, ha spaccato l’esecutivo della Merkel, la quale finora ha sempre evitato di prendere pubblicamente una posizione netta. Da un lato, Norbert Röttgen, Ministro per l’Ambiente ed esponente del CDU, si oppone a un’estensione superiore agli 8 anni. Paradossalmente, gli oppositori a Röttgen, sono i suoi stessi colleghi di partito che guidano il governo regionale dei ricchi Stati del Baden- Württemberg e della Bavaria i quali, assieme al Free Democratic Party (guidato da Westerwelle), spingono invece per rimandare di altri 14 anni il phase out deciso dai Social Democratici e Verdi nel 2002. Secondo il settimanale Der Spiegel, il braccio di ferro sulla durata dell’estensione avrebbe una portata politica che travalica la scelta energetica federale ma determinerebbe addirittura l’assetto della prossima coalizione di governo. Diversi osservatori accusano Röttgen di preparare un suo futuro salto di barricata in un’ipotetica alleanza tra Social Democratici (SPD) e Verdi, la coalizione che tra 3 anni potrebbe spazzare l’attuale raggruppamento CDU, CSU e FDP.

Un compromesso potrebbe realizzarsi – secondo le indiscrezioni pubblicate dal quotidiano Rheinische Post – con la chiusura anticipata all’anno prossimo dei 2 o 3 impianti più vecchi compensata da un sostanziale prolungamento di vita delle rimanenti centrali accompagnato da un inasprimento delle norme di sicurezza.

Per ora queste speculazioni sono seguite con molta attenzione (e apprensione) da E.ON AG, RWE AG, Vattenfall Europe and EnBW AG, le 4 principali utilities che gestiscono reattori nucleari in Germania. Lo show down è atteso per il 27 agosto quando un comitato scientifico si esprimerà sulla road map energetica del governo Merkel.

Fonte: Newclear.it

lunedì 2 agosto 2010

Proprio sicuri che l'energia solare costi meno del nucleare?

Sì, se si ricorre ad assunti irrealistici e trucchi contabili
di Carlo Stagnaro e Daren Bakst

Il solare costa meno del nucleare, quindi niente atomo, solo sole. Lo dice uno studio realizzato dagli economisti John Blackburn e Sam Cunningham, per conto dell'organizzazione ambientalista del North Carolina NC Warn. Il paper ha fatto rapidamente il giro del mondo: grazie prima al lancio del New York Times, poi all'attenzione dei maggiori quotidiani, anche nel nostro paese; e forse anche grazie alla penuria estiva di notizie. Nessun dubbio, del resto, che ne escano numeri sensazionali. Ma sono numeri convincenti?

Secondo gli autori, l'energia solare ha un costo medio di generazione di 15,9 centesimi di dollaro al kilowattora (in discesa), contro i 17 centesimi del nucleare (in salita) e un prezzo di mercato di circa 8 centesimi (nel 2008 in North Carolina, stato americano a cui lo studio si riferisce). Dietro questi dati ci sono una serie di ipotesi che tendono a sottostimare il costo del solare: per esempio, i due economisti assumono che i pannelli producano energia per quasi 1.600 ore l'anno, contro le circa 1.400 ore effettivamente registrate in North Carolina. Anche prendendo tutto per buono, si ottiene un risultato diverso: cioè 35 centesimi. Per scendere fino a 15,9 centesimi - cioè far apparire competitivo ciò che non lo è - ci vuole un trucco, immediatamente smascherato, ieri, in una nota dell'Associazione italiana nucleare: basta includere il credito fiscale federale e quello dello stato del North Carolina, rispettivamente del 30 e del 35 per cento. Con questo sussidio il costo unitario dell'investimento precipita da 6.000 a 2.730 dollari/kilowatt. Equasi triviale dire che, con la stessa logica, con una detassazione del 100 per cento, l'energia potrebbe sgorgare gratis... Ovviamente, così non è: semplicemente, anziché pagare i consumatori in proporzione a quanto consumano, lo farebbero i contribuenti in proporzione a quanto dichiarano. Cambiando l'ordine degli addendi, possono intervenire considerazioni di efficienza allocativa (che sconsigliano il ricorso alla leva fiscale, peraltro), ma non muta il risultato: il solare è ancora maledettamente costoso.

Un discorso uguale e contrario vale per il nucleare. Blackburn e Cunningham si affidano a una sola fonte, che pure fornisce stime largamente inferiori ai 35 centesimi. Il bello è che, applicando la stessa formula al nucleare, pur facendo una serie di ipotesi peggiorative e aggiungendo i costi del personale e della gestione degli impianti (ignorati per il solare), si arriva attorno ai 15 centesimi: cioè al di sotto sia del costo "vero" del solare, sia addirittura del suo costo "sussidiato". Tutto ciò senza neppure considerare i costi di rete. Come la leggendaria formichina, Blackburn e Cunningham si concentrano sulla foglia, e perdono di vista la foresta. A leggere il loro paper, infatti, pare che le utility del North Carolina - e, implicitamente, tutte le altre - abbiano una scelta secca: nucleare oppure solare. Non è così. La competizione non è mai tra una singola fonte e l'altra, ma tra un portafoglio di generazione e l'altro. Soddisfare la domanda elettrica di una società moderna richiede di sfruttare tutte le fonti disponibili, nella misura e per gli scopi in cui sono relativamente più convenienti. Il futuro non è, quindi, sole oppure atomo. L'unica cosa che sappiamo del futuro è che ci saranno sia i pannelli fotovoltaici, sia gli impianti nucleari: e pure il carbone, il gas, l'idroelettrico, eccetera. Beato quel mondo che non ha bisogno di tecnologie eroiche, ma usa razionalmente quel che l'ingegno umano ha creato, nell'attesa delle prossime, e migliori, invenzioni.

* Carlo Stagnaro, Istituto Bruno Leoni Daren Bakst, John Locke Foundation

martedì 27 luglio 2010

La Dottrina sociale della Chiesa e l'energia nucleare

È questo il tema trattato dall'Arcivescovo di Trieste Giampaolo Crepaldi concludendo i lavori del Convegno organizzato dalla Sogin "La sicurezza nucleare: un bene comune" tenutosi a Trieste venerdì 16 luglio.

Nel suo intervento di chiusura l'Arcivescovo Giampaolo Crepaldi che è anche Presidente dell'Osservatorio Internazionale Cardinale Van Thuân sulla Dottrina sociale della Chiesa, ha risposto alla fatidica domanda: La dottrina sociale della Chiesa condanna l'energia nucleare?

Lo ha fatto in tre tempi. Prima di tutto ricordando che «la Santa Sede è tra i fondatori dell’AIEA, l’agenzia dell’ONU per l’energia nucleare e che lo Statuto di questo organismo, accettato anche dalla Santa Sede quale membro fondatore, dice che l’energia nucleare è un diritto inalienabile per lo sviluppo economico e sociale».

In secondo luogo l'Arcivescovo ha sottolineato che «la Santa Sede ha sempre condannato l’uso militare dell’energia nucleare e, dando il proprio contributo ai Trattati di non proliferazione delle armi nucleari di cui ha chiesto innumerevoli volte il progressivo smantellamento fino alla loro eliminazione totale, ha anche ribadito ripetutamente la necessità di utilizzare in favore dello sviluppo dei paesi poveri le risorse energetiche che derivano dall’attuazione dei trattati sul disarmo nucleare. Questa posizione è stata per esempio affermata recentemente da Benedetto XVI nel Messaggio per la Giornata mondiale della Pace del 2006». Infine egli ha ricordato quanto affermato dal Cardinale Renato Raffaele Martino, allora presidente del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace:

"Perché precludere l’applicazione pacifica della tecnologia nucleare? Assicurata la sicurezza degli impianti e dei depositi; regolati in maniera severa la produzione, la distribuzione e il commercio di energia nucleare, mi sembra vi siano i presupposti per una politica energetica «integrata», che contempli quindi, accanto a forme di energia pulita, anche l’energia nucleare».


Questo articolo è tratto da Vanthuanobservatory, dove è possibile accedere anche alla versione integrale dell’intervento del Mons. Crepaldi.

lunedì 26 luglio 2010

Nasce il Forum, annunciato sul blog di Chicco Testa

Si annuncia la costituzione del Forum Nucleare Italiano, associazione non profit nata per la volontà di alcune imprese interessate a partecipare al nuovo programma nucleare italiano e convinte che questo debba accompagnarsi da un forte impegno di comunicazione dopo anni di “vuoto informativo”. Il Forum si propone come soggetto attivo nel dibattito pubblico sulla rilevanza dell’opzione nucleare nel mix di energie pulite e CO2 free.

Chicco Testa, come si legge dal suo blog è stato chiamato a presiedere il Forum: “… questa carica, sostanzialmente, mi porterà a proseguire, seppure in un modo più formale, la mia attività di sensibilizzazione e divulgazione sull’energia nucleare con lo stesso spirito e apertura con i quali ho cercato di farlo in questi 18 mesi di vita del blog. Il cui valore e riuscita si misurano principalmente nella qualità dei vostri commenti. Newclear non chiude i battenti, ma diventa uno degli elementi delle attività di comunicazione del Forum che ha come riferimento gli organismi analoghi operativi negli altri paesi: Belgio, Spagna, Svizzera, Germania, Usa, Svezia. Cercherò di mantenerlo libero ed informale come è stato in questi mesi.”


La conferenza stampa di presentazione si terrà a Roma, martedì 27 luglio ore 11.00 a Palazzo Marini.

Newclear.it

mercoledì 14 luglio 2010

A proposito del "benedetto nucleare"...

Ho deciso di riportare in questo blog una lettera che, inviata all'Unità, non è mai stata pubblicata dal giornale. In questo modo spero di condividere con chi mi legge quello che la redazione della testata giornalistica ha deciso di tacere.


Caro Direttore,
ho letto con curiosità l'articolo "Benedetto nucleare" pubblicato il 6 luglio dal vostro giornale. E ho avuto la piacevole sorpresa di constatare che il Vaticano, su questo tema, si dimostra più laico e "illuminista" di tanta sedicente sinistra.

Ricorda infatti il presidente del Pontificio Consiglio Giustizia e Pace, cardinale Renato Raffaele Martino, citando l'enciclica Caritas in veritate di Benedetto XVI, che la Santa Sede "è favorevole e sostiene l'uso pacifico dell'energia nucleare, mentre ne avversa l'utilizzo militare".

Esattamente quello che sostiene il presidente democratico degli Stati Uniti Barack Obama che mentre prepara il rilancio del nucleare (e delle fonti rinnovabili) nel suo paese promuove lo smantellamento degli arsenali atomici mondiali. Trasformare tutto questo in una banale manovra pubblicitaria mi pare quantomeno riduttivo.

Mi sono procurato e ho letto con attenzione il semplice opuscolo di cui parla l'articolo.

Non vi ho trovato nulla di diverso da quanto sostengono personalità sicuramente democratiche come il Nobel ministro per l'Energia degli Stati Uniti Stephen Chu, l'ex premier laburista britannico Gordon Brown, ambientalisti storici come John Lovelock. E, per venire a casa nostra, personalità della scienza come il grande fisico Carlo Bernardini, l'oncologo e sentaore Pd Umberto Veronesi, l'astrofisica Margherita Hack: se vogliamo davvero combattere il cambiamento climatico e ridurre la nostra dipendenza dagli idrocarburi (vedi marea nera nel Golfo del Messico e i ricatti della Russia nelle forniture di gas ai paesi dell'ex Unione Sovietica e all'Europa) non possiamo fare a meno del nucleare. Eolico e solare da soli non bastano.

Stupisce invece, spiacevolmente, vedere l'Unità e una parte dell'opinione pubblica di sinistra, sposare senza riserva una posizione che demonizza i progressi della scienza (le centrali di terza generazione non hanno nulla a che fare con quelle di Chernobyl) e dipingere chi esprime posizioni diverse dalle proprie come corrotto e in malafede.

Cordiali saluti.

martedì 26 gennaio 2010

Germania: il governo decide di tornare al nucleare

Sottovoce, la Germania riabilita il nucleare. La prima potenza europea, il paese che era stato anche il primo tra i big del Vecchio continente a decidere l'addio all'uso civile dell'energia atomica, ci ripensa.
E non il solo. Oltre alla decisione di Germania, Belgio e Spagna di allungare la vita delle centrali, paesi come Cina, Russia, India, Svezia, Emirati Arabi, Svizzera e Finlandia (oltre all’Italia) hanno in programma la costruzione di centrali nucleari. Perché è l'unica tecnologia in grado di contrastare efficacemente e su larga scala il cambiamento climatico e perché, a parità di investimento, fa risparmiare 10 volte più CO2 del solare e più del doppio dell'eolico, occupando un centesimo del territorio. Perché attualmente le energie rinnovabili non sono in grado di soddisfare il fabbisogno energetico.

Ma torniamo alla Germania: dopo negoziati con i produttori di energia, il governo Merkel ha deciso - scrive oggi l'autorevole quotidiano conservatore Die Welt - che per il momento tutti i 17 reattori nucleari resteranno in esercizio.

E' una sconfitta decisiva per gli avversari dell'uso civile dell'energia nucleare, e una vittoria sia per i grossi produttori di energia in Germania (Eon, Rwe, Vattenfall, EnBW) sia per i colossi industriali, Siemens prima fra tutti, che nella produzione, fornitura ed esportazione di centrali nucleari della nuova generazione hanno un punto di forza della loro strategia di global player.

Per l'esecutivo di Berlino l'energia nucleare resta una 'soluzione-ponte'. Ma il ponte si allunga nel tempo a venire, in sostanza: è necessario molto più tempo di uso dei 17 reattori in esercizio, finché le energie rinnovabili ed ecologiche non saranno in grado di fornire significativamente più del 20 per cento del fabbisogno energetico nazionale. "In Germania", scrive il commento di Die Welt, "abbiamo posto limiti massimi d'uso di un reattore nucleare a 35 anni, negli Usa e in Svezia li usano per 60 anni".


Fonte: La Repubblica – 26 gennaio

lunedì 25 gennaio 2010

Di quale energia abbiamo bisogno?


















L’assioma di base sembra essere, passando attraverso l’accordo del 20 20 20, la combinazione tra energie: petrolio, gas, carbone, energie rinnovabili, senza dimenticare il nucleare che, dopo le recenti disposizioni del Governo, la Legge 23.07.2009 n.99, ritroviamo d’attualità nei mass media italiani.

Il contesto è particolare visto il referendum del 1987, vero punto di svolta senza paragoni internazionali. Ma se al mondo ci sono circa 440 reattori nucleari attivi, 104 solo negli USA mentre il 76% dei consumi energetici francesi sono soddisfatti mediante i 59 reattori nucleari, in Italia la crescente discussione è appiattita su una domanda che pensiamo sbagliata. Sopratutto assistendo al dibattito dalla Slovacchia, paese che ha accettato l’energia nucleare.

Noi crediamo che la domanda sul nucleare non sia la tipica -Nucleare si o no?- perché, la risposta in questo caso sarebbe dettata dai forti ricordi di Chernobyl dove l’immaginario legato al nucleare è da emergenza. Forse la domanda è più complessa: in un contesto globale, e alla luce del necessario approvvigionamento energico, quali sono le opzioni?
Quali energie sono disponibili? Quali sono i pro e i contro di ogni energia? E i costi, ambientali ed economici?

La questione energetica non può essere affrontata con semplificazioni perché tocca direttamente questioni di sicurezza e indipendenza e la risposta è senz’altro complessa, perché complesso è il sistema su cui riflettere. In Italia la dipendenza dalle fonti fossili rappresenta un problema a livello economico, politico e ambientale. L’Italia dipende dalle importazioni, a costo di una bolletta superiore del 45% per le utenze domestiche rispetto alla media europea, e viola il protocollo di Kyoto che impone per il 2012 la riduzione delle emissioni di gas serra del 6,5% rispetto a quelle del 1990″.
Un’analisi opportuna non può considerare solo i costi di produzione ma deve prevedere una comparazione anche tra danni ambientali, sicurezza degli impianti e riscaldamento globale soppesando le varie fonti energetiche tradizionali: petrolio, gas, carbone, energie rinnovabili e nucleare.
Per esempio quali sono i danni ambientali legati al petrolio anche rispetto al nucleare? Quali sono le ricadute ambientali lungo tutto il processo?
Solo attraverso una comparazione reale tra pro e contro delle varie energie, potremmo avere una visione approfondita.

Da Italoblog e Enerblog

mercoledì 13 gennaio 2010

Eppure in Europa fanno quasi a gara per avere le centrali

Sul giornale La Provincia di Como leggo un intervento molto interessante di Carlo Sidoli, ingegnere e giornalista specializzato, che riporto di seguito.
Vale la pena riflettere sul fatto che l'Italia è un Paese che oggi come oggi "funziona" ad energia nucleare perché il 20% circa della corrente che utilizziamo è prodotta da centrali nucleari, molto vicine ai nostri confini.
Quindi il referendum dell'87 non ci ha liberato né può liberarci dai "pericoli" del nucleare (che sono due: ipotetiche emanazioni ed effettiva produzione di scorie radioattive). Esso li ha solo allontanati in modo insignificante dal suolo patrio danneggiandoci però in modo determinante sul piano decisionale perché non siamo nella "stanza dei bottoni" e quindi potremmo subire l'arma del ricatto energetico, che già subiamo (tutti abbiamo avuto modo di accorgercene) dai Paesi produttori di petrolio e metano.

Le emissioni
Produrre, come fa l'Italia, il 50% circa dell'energia tramite centrali termiche ci costa e ci costerà moltissimo sul piano della riduzione delle emissioni atmosferiche inquinanti: oltre 200 Euro all'anno per abitante contro i 3 Euro/anno della Germania (che va di nucleare al 33 %, come la media europea) e contro i 2 Euro/anno circa della Francia, che con la sua sessantina di reattori va di nucleare all'80% circa.

Questo se vogliamo rispettare il protocollo di Kyoto. In definitiva, proprio per non addentrarci troppo nello specifico tecnico, basti dire che, oggi come oggi, 8 centrali nucleari "tipo Caorso" lavorano esclusivamente per l'Italia qui vicino, a due passi da casa; nel frattempo paghiamo l'energia elettrica il 60% in più del costo medio europeo e il doppio della Francia. I Comuni che hanno sul proprio territorio una centrale nucleare godono di alcuni importanti vantaggi di tipo economico e paesaggistico. Credo che sia facilmente negoziabile ed ottenibile la fornitura elettrica gratuita, il teleriscaldamento, l'acqua calda sanitaria gratuita. Attorno alla centrale sorgerebbe un autentico parco naturale di rispetto ambientale. Le attività di manutenzione e controllo del territorio darebbero lavoro a molte persone

I controlli
Paradossalmente la centrale nucleare è il luogo più controllato sullo stato di salute dell'aria e più tecnologicamente avanzato del Paese. Quando avvenne in Unione Sovietica il "l'incidente Cernobyl" se ne accorsero in Svezia proprio vicino alle loro centrali nucleari perché era lì dove in controlli erano sempre all'erta. Fare i "denuclearizzati" è una scelta rispettabilissima a patto di illustrare le cose obiettivamente sapendo le spese collegate e cosa si addossa sulle spalle dei cittadini, magari i più poveri e i senza lavoro. Non desta meraviglia che per l'allocazione in Normandia di una nuova centrale nucleare, tre Comuni abbiano concorso per aggiudicarsela. Sono certo che alcuni ambientalisti, categoria alla quale mi sento di appartenere, protesteranno per quanto sto per dire. Il geologo ha ritenuto inopportuno un sito nucleare in una zona quale sarebbe il Pian di Spagna preferendo il Mantovano? Peccato, avremo gli stessi ipotetici rischi e nessun vantaggio.

I costi
Il nucleare costa troppo? Strano, la Francia ci guadagna ed è ormai provato, con ben oltre 400 impianti nel mondo, che una centrale "rende" a fine vita (presumibilmente una ventina di anni) almeno 80 volte il capitale energetico investito, cioè costi quello che costi si ripaga in pochi mesi e non "in tempi lunghissimi" e i conti si fanno alla fine, non all'inizio altrimenti non avremmo mai realizzato nemmeno l'"elettroidraulico" (hanno idea di cosa costi una diga?) di cui è ricca la Valtellina.

martedì 12 gennaio 2010

Bilancio 2009: due reattori in meno, ma aumenta la capacità

Il 2009 si è concluso con l’entrata di funzione di due reattori nucleari e la chiusura di quattro. Ma nell’anno appena finito sono iniziati i lavori di altri 12 reattori: 10 in Cina, uno in Russia e uno nella Corea del Sud. Sale così a 54 il totale dei reattori in costruzione nel mondo, facendo prevedere un notevole aumento del numero dei reattori in attività nei prossimi anni. Lo riferisce un bilancio del 2009 per quanto riguarda l’energia nucleare, pubblicato dal sito World Nuclear News.

Inoltre è aumentata la capacità di diversi altri reattori già esistenti nel mondo: in totale, alla fine del 2009 la capacità nucleare globale è aumentato di 746 Megawatt elettrici, passando da 371.927 a 372.671 Megawatt elettrici.

I due reattori entrati in funzione sono il Tomari 3 in Giappone, da 866 Megawatt elettrici, e il Rajasthan 5 in India, da 220 Megawatt elettrici, entrambi collegati alle rispettive reti elettriche nel mese di dicembre. I quattro reattori chiusi sono i primi due reattori della centrale giapponese di Hamaoka (fermi da tempo), il Phenix, prototipo di reattore rapido francese che produceva 223 Megawatt elettrici e l’Ignalina 2 in Lituania, che produceva 1185 Megawatt elettrici ma è stato chiuso nell’ambito degli accordi sottoscritti dalla Lituania per entrare nell’Unione Europea.

lunedì 23 novembre 2009

Referendum 1987: l'Italia unica a uscire dal nucleare

Con il referendum del 1987 gli italiani non poterono dire no al nucleare. Non era quella, infatti, la domanda che trovarono sulla loro scheda. I quesiti erano tre. Volevano abrogare la legge che attribuiva al Cipe (Comitato interministeriale per la programmazione economica) il potere di determinare le aree dove insediare le centrali elettronucleari, nel caso non lo facessero le Regioni? Volevano abrogare la legge che autorizzava l' Enel a versare contributi a Regioni e Comuni in proporzione all' energia prodotta sul loro territorio con centrali nucleari o a carbone? Volevano abrogare la legge che consentiva all' Enel di «promuovere la costruzione» di impianti elettronucleari «con società o enti stranieri» o anche «assumere partecipazioni che abbiano come oggetto la realizzazione e l' esercizio di impianti elettronucleari» all' estero? Gli elettori dissero sì, a grande maggioranza, e la loro risposta ebbe l' effetto di cancellare quelle norme.

Ma il governo avrebbe potuto costruire centrali con altre regole, diverse da quelle abrogate, e avrebbe dovuto, a giudizio di molti osservatori, completare la costruzione degli impianti in corso d' opera. Avevamo investito molto denaro e creato le condizioni per la nascita di imprese che avrebbero dato un notevole contributo al nostro progresso tecnologico. Ma la classe politica preferì cavalcare pigramente e pavidamente le paure di Cernobyl, smantellare il lavoro già fatto, e buttare via spensieratamente, insieme a parecchio denaro, una somma difficilmente quantificabile di esperienze scientifiche. Naturalmente il prezzo di quella sconsiderata decisione venne pagato dai contribuenti soprattutto con le bollette dell' Enel. L' 8 novembre 1987 fu il giorno in cui un' alleanza tra la demagogia e la paura mise in ginocchio contemporaneamente l' economia, la scienza e la politica del Paese. Quanto dura la validità legale di un referendum? Per quanto tempo siamo tenuti a rispettarne le conclusioni? Mi sembra di comprendere che giuristi e costituzionalisti hanno su questa materia pareri diversi. Mi limito a osservare che ogni consultazione referendaria riflette le tendenze e le condizioni prevalenti in una precisa circostanza storica. Nel 1987 votammo dopo la caduta del prezzo del petrolio e all' ombra del disastro di Cernobyl. La situazione oggi è alquanto diversa. Conosciamo meglio le potenzialità e i limiti delle energie alternative. Sappiamo quanto sia pericoloso dipendere da fornitori stranieri. Siamo circondati da centrali nucleari, spesso costruite con nuove tecnologie. Importiamo energia nucleare a buon prezzo dai Paesi vicini per una quantità pari al 20% del consumo nazionale. Viviamo in un mondo in cui il nucleare è all' ordine del giorno anche per coloro che, come la Gran Bretagna, se n' erano allontanati.

Fonte: Romano Sergio - Corriere della Sera