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lunedì 27 dicembre 2010

Tutta la verità sul referendum del 1987

Da quasi una settimana circola sulle nostre tv lo spot del Forum Nucleare Italiano. Puntualmente si sono scatenate in rete le voci di dissenso degli antinuclearisti: la maggior parte di essi ha “ripescato” il referendum dell’ ’87, con cui l’Italia abbandonò il programma nucleare, accusando il Governo di tradire con il ritorno all’atomo la volontà popolare espressa più di vent’anni fa.

Ebbene, proprio il presidente del Forum Chicco Testa ha deciso, attraverso il suo blog, di fare chiarezza. Il referendum non ha cancellato il nucleare, per quattro precise ragioni: innanzitutto l’esito della consultazione ha risentito non poco dell’onda emotiva dell’incidente di Chernobyl (causato da un errore umano e non da un malfunzionamento del reattore, ricordiamolo).

Nel giro di vent’anni, poi, il contesto è fortemente cambiato: allora non esisteva l’emergenza del cambiamento climatico, o comunque non era ancora così avvertita come oggi. E in questi anni studi e ricerche hanno dimostrato che il nucleare è di gran lunga più sicuro e meno inquinante dei combustibili fossili.
Infine, volendo essere precisi, i tre quesiti referendari non riguardavano la chiusura delle centrali (decisione presa dalla politica), ma l’abrogazione di altrettante norme secondarie: un comma che attribuiva al Cipe poteri per la localizzazione delle centrali nucleari, un secondo comma sull’erogazione di fondi per le aree dove sarebbero state installate le centrali nucleari e una norma che consentiva all’Enel di partecipare ad accordi internazionali per la costruzione e la gestione di centrali nucleari all’estero. Ma la realtà dei fatti ha sconfessato anche queste tre decisioni: il potere sostitutivo del Cipe ancora esiste, l’erogazione dei contributi ai territori che ospitano impianti termoelettrici è proseguita nonostante l’esito referendario. E il divieto per l’Enel di assumere partecipazioni all’estero nel settore nucleare è decaduto con la privatizzazione dell’azienda.

Il famigerato referendum, insomma, non ha in concreto messo la parola fine allo sviluppo del nucleare, che nel frattempo è andato avanti. E oggi la nostra dipendenza energetica e l’emergenza ambientale dimostrano come l’atomo sia più che mai indispensabile.

lunedì 20 dicembre 2010

“Nucleare, e voi che posizione avete?”



Un uomo gioca a scacchi con un avversario che si rivela essere se stesso. Nel frattempo i due giocatori si scambiano opinioni opposte sul nucleare. Questo è lo spot televisivo del Forum Nucleare Italiano, in onda da ieri sulle reti principali.
Lo spot riesce in un obiettivo importante: mostrare in maniera sintetica i principali pro e i contro dell’energia atomica (resi efficacemente dall’opposizione nero-bianco della scacchiera), senza arrivare a una conclusione, ma invitando lo spettatore al dibattito. Il giocatore di scacchi parla della questione del fabbisogno energetico (“sono favorevole: anche i miei figli avranno bisogno di energia e tra 50 anni non potranno contare solo sui combustibili fossili”) , di quella ambientale (“i residui stoccati sono sotto controllo mentre la CO2 prodotta da combustibili fossili è incontrollabile”), delle opportunità per il Paese (“Il nucleare è una mossa azzardata per il Paese…o forse è una grande mossa”).

Alla fine una domanda: “E tu sei a favore o contro l’energia nucleare? O per caso non hai una posizione?”, con l’inquadratura che si allarga ad altre persone che giocano a scacchi con altrettanti “se stessi”. Un modo per sollecitare tutti al confronto su un tema fondamentale per il nostro futuro. Un confronto interrotto più di vent’anni fa.

mercoledì 3 novembre 2010

Al via il road show informativo sull’atomo

Il dibattito sul nucleare entra nelle università italiane: è partito la scorsa settimana il road show informativo sul tema del ritorno all’energia atomica, organizzato da Enel ed Edf in collaborazione con i principali atenei del nostro Paese. Il progetto, dal titolo “L’energia nucleare accende la ricerca”, andrà avanti fino a maggio 2011 e comprende dieci tappe: la prima è stata Genova, le prossime saranno Palermo e Torino. Argomenti principali del road show genovese sono stati medicina e tecnologia in ambito nucleare. Obiettivo dell’evento è promuovere nel mondo accademico una nuova cultura del nucleare, evidenziandone le opportunità sia in termini di incremento della ricerca che in genere occupazionali.

Gli studi sull’atomo, pur con fortune alterne, in realtà non si sono mai interrotti: in Italia oggi gli studenti e i dottorandi che completano il loro ciclo di studi sui temi nucleari sono circa 80-100 l’anno e finora la maggior parte di loro è stata successivamente impiegata all’estero. I docenti e i ricercatori dei tre settori scientifici caratteristici legati all’energia atomica (fisica del reattore nucleare, impianti nucleari, strumentazioni e misure nucleari) sono, invece, circa 70. I corsi di laurea in ingegneria nucleare, o in ingegneria energetica con percorsi di formazione sul nucleare sono presenti in diversi atenei, dal Politecnico di Milano e di Torino all’Università di Pisa, dall’università di Padova alla Sapienza di Roma, fino alle Università di Palermo, Bologna e Pavia.

Nella stessa Genova è attivo dal 2009 il Master di II livello in "Scienze e Tecnologie degli impianti nucleari".Tuttavia non c’è dubbio che il ritorno all’atomo renda ancora più necessario rispetto al passato formare nuove figure da impiegare in diversi campi: non solo ingegneri nucleari, ma anche economisti, giuristi, tecnici specializzati, periti, sociologi…

L’iniziativa, a mio avviso, raggiunge due obiettivi important: innanzitutto fornire un quadro completo delle tante possibilità occupazionali legate al nucleare, ma anche contribuire a parlare correttamente di energia atomica, in una fase in cui spesso e volentieri se ne parla in maniera sbagliata.

martedì 5 ottobre 2010

Piero Angela e le questioni energetiche

Stamattina ho letto sull’Unione Sarda un'intervista a Piero Angela riguardo il tema dell’energia in generale e dell'atomo. E lo fa da giornalista e uomo di scienza: con imparzialità ed oggettività, elementi con cui innegabilmente ha sempre svolto il proprio lavoro; al punto da farne un marchio di fabbrica.

D’altronde, il suo è uno stile conosciuto e riconosciuto un po’ da tutti, anche per la dote dell’equilibrio. E con il medesimo equilibrio si esprime sulla possibilità che l’Italia torni all’energia nucleare. Partendo dalla premessa che esiste un’ineludibile necessità di energia, che poteva essere affrontata (almeno parzialmente) già prima e meglio: coibentando le case, adottando il risparmio energetico e migliorando l’efficienza, dalle linee di trasmissione fino agli stessi elettrodomestici. Tutti propositi che si possono realizzare, ma che non sono in grado di risolvere il problema generale: serve più energia. Molta di più. Perché non si tratta solo di far avere corrente a tutti e non rischiare dei black out, ma di avere abbastanza energia da non rallentare lo sviluppo industriale e manifatturiero, e di averne abbastanza da abbassare i costi per tutti, privati e imprese. Perché i primi si impoveriscono e le seconde non reggono la competizione internazionale e magari devono de-localizzare. E questo ha evidenti ripercussioni occupazionali, non occorre la scienza per capirlo.. è un circolo vizioso.

E secondo Piero Angela il nucleare è una scelta migliore di altre perché ha il vantaggio di non essere inquinante: niente CO2. E poi ci affrancherebbe da materie prime volatili e di cui non disponiamo. Piero Angela dice tutto questo, pur non esprimendo preferenze ideologiche. Semplicemente fa notare che attorno all’atomo esistono pregiudizi ancora legati al terrore post Chernobyl; giustificati, ma da superare. Esempio illuminante è il suo racconto, riferito ad un viaggio fatto a Chernobyl per girare una puntata speciale di Quark.

Non è tutto: Angela si esprime anche a favore di altre fonti, come l’eolico, senza nascondere che sarebbe solo parte della soluzione. Poi una provocazione: impianti di media e piccola taglia. Ma questi risolvono problemi locali, di media e piccola taglia.. il problema generale, e industriale, rimane. E per risolverlo occorrono grandi centrali che producano molto e che inquinino poco o pochissimo. Ben vengano quindi, anche secondo Piero Angela, tutte le soluzioni possibili.

giovedì 30 settembre 2010

Qualcuno salvi il nucleare dalla cattiva informazione

La scorsa settimana la Sogin, società di gestione degli impianti nucleari controllata dal ministero dell'Economia, avrebbe dovuto pubblicare l'elenco dei siti per il deposito nazionale di stoccaggio dei rifiuti nucleari. Il lavoro è stato svolto in modo accurato ed entro i tempi previsti. Tuttavia il ministro ad interim dello Sviluppo Economico ha preferito procrastinarne la pubblicazione in mancanza del definitivo varo dell'Agenzia Nazionale della Sicurezza. Il rinvio, tuttavia, rischia di trasmettere un senso di insicurezza nella popolazione, di cui subito hanno approfittato i "professionisti della disinformazione".
È bastato che trapelassero i nomi della cinquantina di siti potenziali per far scatenare le prese di posizione da parte di amministratori locali allarmati, ambientalisti oltranzisti e oppositori in servizio permanente effettivo. È evidente allora che l'inizio del nuovo programma nucleare italiano non può prescindere da un'adeguata campagna d'informazione rivolta al grande pubblico e volta a dare una convincente risposta alle sacrosante preoccupazioni dei cittadini. Operazione da svolgere parallelamente al lavoro tecnico di individuazione delle aree potenziali di stoccaggio dei rifiuti nucleari.
In caso contrario, si rischia di lasciare il campo libero a un'informazione ideologica e artatamente falsata. Il cui unico obiettivo finale sembra essere soltanto mantenere viva la fiamma del terrorismo psicologico che ha già portato più di venti anni fa a uscire inopinatamente dal mondo dell'energia atomica. Con le conseguenze sulla bolletta energetica ancora oggi tangibili.
Il pregiudizio è ormai talmente radicato da non risparmiare anche gli opinion maker solitamente più accorti, come nel caso del vicedirettore di Repubblica Massimo Giannini. Che in un suo recente editoriale a sostegno delle ragioni degli antinuclearisti è riuscito a infilare una serie non invidiabile di errori marchiani. O come nel caso del rigoroso Riccardo Iacona, che nel suo Presa Diretta ha spinto eccessivamente sul tono minore della presentazione, dipingendo a tinte troppo fosche i risultati di uno studio epidemiologico sulla popolazione attorno alle centrali nucleari in Germania.
Si dirà, è solo l'inizio di un appassionato dibattito. Può darsi, ma in realtà i due fronti contrapposti sembra che non riescano a trovare neanche un linguaggio comune. Basta pensare a tutti gli studi che dimostrerebbero il crossover di costi tra fotovoltaico e nucleare, in realtà finanziati da lobby ambientaliste e basati su una contabilità piuttosto stravagante, che include anche gli incentivi offerti dallo Stato. Davvero difficile replicare se non c'è un minimo di disponibilità da parte dell'interlocutore. Peggio:se c'è il pregiudizio ideologico, che fa saltare a piè pari ogni minima regola di serietà professionale. Segno di quanto sia necessario partire al più presto con una campagna informativa seria. Sfruttando tutte le potenzialità aggregative offerte dalla rete. Si può discutere a lungo e approfonditamente. E poi, però, finalmente, prendere una serena decisione.

Fonte dell'articolo

mercoledì 29 settembre 2010

L'oriente e il nucleare - parte 2

Un altro importante mercato del nucleare sarà il Medio Oriente. Gli Emirati hanno piani molto ambiziosi, di cui i quattro reattori già ordinati a Seul sono solo l'inizio. Intanto, in questi ultimi mesi, Egitto, Giordania e Kuwait hanno già confermato il prossimo avvio dei loro programmi nucleari. Presto anche l'Arabia Saudita comunicherà le sue decisioni, che probabilmente comprenderanno anche un impianto di arricchimento. Infine, la Turchia intende acquistare almeno una centrale, forse russa.

I costruttori offrono una vasta gamma di reattori di nuova generazione più avanzati ed efficienti, oltre che più sicuri. I canadesi hanno una nuova versione del reattore Candu, che ha la particolarità di operare con uranio naturale e occupa una speciale nicchia di mercato. La francese Areva offre il nuovo Epr, ma due reattori in costruzione (uno in Finlandia e uno in Francia) accumulano ritardi e costi più del previsto.

Altri due Epr sono in costruzione in Cina. Areva rischia di avere un forte concorrente nel nuovo APR1400 coreano, che dopo il contratto con gli Emirati sta suscitando un grande interesse internazionale. Un possibile leader di mercato, secondo alcuni, è l'AP1000 di Westinghouse (Usa), offerto in tutto il mondo.
Significativo segno dei tempi: i primi quattro esemplari di AP1000 sono costruiti in Cina, che ne ha anche acquistato la tecnologia, cosicché potrebbe presto offrire sul mercato un proprio reattore derivato dal modello Westinghouse. Altro segno dei tempi: la divisione nucleare di Westinghouse nel 2006 è passata sotto il controllo della giapponese Toshiba. L'altro "big" del nucleare americano, General Electric, opera in joint-venture col costruttore giapponese Hitachi. E la francese Areva lavora in joint-venture con la nipponica Mitsubishi per sviluppare e vendere il nuovo reattore Atmea-1. I russi propongono ulteriori sviluppi della loro linea di reattori VVER, con una politica commerciale molto attraente.

Si parla di possibili successi, a tempi brevi, in Turchia e Vietnam. La grande attesa per il prossimo futuro riguarda l'ingresso di Cina e Corea del Sud nel club degli esportatori di centrali e altri impianti nucleari. E dopo toccherà anche all'India.
Intanto, tutti i costruttori asiatici, russi ed europei (con Areva) stanno sviluppando nuovi prototipi di reattori auto-fertilizzanti (o fast-breeders): una tecnologia già sviluppata negli anni 70, poi abbandonata e ora ripresa con grande interesse. Se l'operazione avrà successo, già verso il 2030 questi reattori potrebbero segnare una svolta storica per l'atomo civile.

martedì 28 settembre 2010

Oriente all'assalto dell'atomo - 1° parte

Per il nucleare sembra iniziare una promettente primavera. «Non è un'esagerazione dire che siamo entrati in una nuova era», sostiene il capo dell'Agenzia internazionale per l'energia atomica (Aiea), Yukiya Amano. L'interesse per l'energia atomica è in forte ripresa in tutto il mondo, con grandi potenzialità in particolare in Medio Oriente e in Asia. I recenti successi della Corea del Sud sottolineano il crescente ruolo tecnologico dell'Asia nell'industria nucleare globale, ormai non più dominata in via quasi esclusiva dai costruttori americani ed europei. Presto anche la Cina entrerà con tutto il suo peso sul mercato mondiale con impianti di propria progettazione.

Intanto, secondo l'Aiea, ad agosto 2010 nel mondo erano in costruzione 59 nuovi reattori nucleari, con un aumento di circa il 50% rispetto a due anni prima. A questi bisogna aggiungere 150 reattori già in programma e altri 344 ancora allo stadio di proposta. Aumentano i paesi decisi a entrare nell'era nucleare e diminuiscono quelli che vogliono restarne fuori.

L'Italia, dopo aver lasciato il nucleare, vi sta tornando. La Germania, che nel 2002 decise di uscire dal nucleare, pensa di rinnovare le sue 17 centrali (anziché chiuderle) per prolungare la loro vita operativa di altri 8-15 anni, a seconda dei casi. Anche gli Usa (104 reattori in funzione), in ritardo rispetto al revival atomico globale, aggiornano e potenziano le centrali esistenti.

Oggi il nucleare fornisce il 14% circa dell'energia elettrica totale (quota che, secondo l'Aiea, salirà al 16,6% entro il 2030) e il 5,7% del totale mondiale dell'energia primaria. All'agosto scorso, sempre secondo l'Aiea, erano in funzione in tutto il mondo 440 reattori, di cui più del 50% nei paesi occidentali e oltre un quarto (114 reattori) in Asia. Ma la geografia del mercato del nucleare civile sta mutando, e in modo spettacolare, sia dal lato della domanda di reattori, sia da quello dell'offerta.

Dei 59 reattori oggi in costruzione del mondo, più della metà sono posti in cinque paesi asiatici: Cina (23), Corea del Sud (5), India (4), Giappone (2), Taiwan (2). La Cina, in particolare, ha un imponente programma per l'ulteriore costruzione di decine di altri reattori. Anche Hong Kong, territorio cinese autonomo, pensa a una propria centrale. E tutti i paesi dell'Asean, salvo Brunei e Laos, vogliono entrare nel settore. Il Vietnam, che ha già firmato (o sta negoziando) accordi di cooperazione nucleare con diversi fornitori di tecnologia (Russia, Giappone e Stati Uniti), intende costruire 14 reattori entro il 2030 e avere anche un proprio impianto per arricchire l'uranio. L'obiettivo ultimo è di acquisire, grazie alla collaborazione con società straniere, il know how tecnologico per progettare e costruire centrali.

Fonte: il Sole24ore

lunedì 6 settembre 2010

Il nucleare promette prezzi più bassi e tagli alle emissioni

Prezzi dell'elettricità europei, e quindi più bassi del 25-30%. Con un contemporaneo taglio di almeno il 20% alle emissioni medie di anidride carbonica le nostre centrali elettriche, che ci aiuterà non poco a rispettare i vincoli internazionali del patto di Kyoto. Il tutto con una bella iniezione di posti di lavoro: almeno 10mila. Ecco il ritorno italiano all'energia nucleare, nuovo Eldorado non solo per le nostre martoriate bollette elettriche ma anche per l'intera economia italiana.

Parola di Enel e Edf, alleate per dare corpo a sostanza al piano del governo Berlusconi per il nostro ritorno all'atomo elettrico. Via dunque alla mobilitazione di fior di economisti e scienziati per certificare la bontà dell'operazione sotto tutti i punti di vista: economico, ambientale, sociale.

Grandi promesse quelle formulate nella ricerca "Il nucleare per l'economia, l'ambiente e lo sviluppo" commissionata al The European House-Ambrosetti e presentata oggi nella giornata conclusiva del forum di Villa d'Este. Che però contiene anche un monito: la tecnologia nucleare è materia complicata e impegnativa. Ha bisogno di un quadro di regole complesse. Che nostro governo ha ben imbastito. Ma che scontano qualche pericoloso ritardo in atti applicativi nevralgici (la stessa Agenzia per la sicurezza nucleare è ancora lontana dalla sua operatività) per dare certezze agli investitori e la necessaria dose di fiducia ai cittadini sulla corretta confezione del piano di battaglia.

Ottima sfida, garantiscono comunque gli esperti che hanno messo faccia e reputazione nella ricerca. Il ritorno a nucleare - argomentano - può regalare all'Italia corposi benefici su almeno quattro versanti. Il primo: così di generazione elettrica più bassi e stabili nel tempo. Il secondo: un ambiente più pulito grazie al significativo taglio della Co2 in un settore che ora contribuisce in maniera massiccia alle emissioni inquinanti. E anche questo garantisce vantaggi economici importanti visto che le quote aggiuntive di anidride carbonica vanno compensate con l'acquisto a caro prezzo i diritti di emissione.

Terzo punto: le ricadute economiche e occupazionali degli investimenti per costruire impianti. Quarto punto: la sicurezza del sistema energetico nazionale che sarà garantita dall'affidabilità ormai assoluta – giurano gli estensori della ricerca – delle centrali nucleari, e da una diversificazione delle fonti di approvvigionamento davvero indispensabile per il paese che più al mondo importa energia e che dipende dall'estero per l'86% del fabbisogno primario affidandosi per tre quarti (un record anche qui) ai combustibili fossili.

Fonte: Il Sole 24Ore

lunedì 2 agosto 2010

Proprio sicuri che l'energia solare costi meno del nucleare?

Sì, se si ricorre ad assunti irrealistici e trucchi contabili
di Carlo Stagnaro e Daren Bakst

Il solare costa meno del nucleare, quindi niente atomo, solo sole. Lo dice uno studio realizzato dagli economisti John Blackburn e Sam Cunningham, per conto dell'organizzazione ambientalista del North Carolina NC Warn. Il paper ha fatto rapidamente il giro del mondo: grazie prima al lancio del New York Times, poi all'attenzione dei maggiori quotidiani, anche nel nostro paese; e forse anche grazie alla penuria estiva di notizie. Nessun dubbio, del resto, che ne escano numeri sensazionali. Ma sono numeri convincenti?

Secondo gli autori, l'energia solare ha un costo medio di generazione di 15,9 centesimi di dollaro al kilowattora (in discesa), contro i 17 centesimi del nucleare (in salita) e un prezzo di mercato di circa 8 centesimi (nel 2008 in North Carolina, stato americano a cui lo studio si riferisce). Dietro questi dati ci sono una serie di ipotesi che tendono a sottostimare il costo del solare: per esempio, i due economisti assumono che i pannelli producano energia per quasi 1.600 ore l'anno, contro le circa 1.400 ore effettivamente registrate in North Carolina. Anche prendendo tutto per buono, si ottiene un risultato diverso: cioè 35 centesimi. Per scendere fino a 15,9 centesimi - cioè far apparire competitivo ciò che non lo è - ci vuole un trucco, immediatamente smascherato, ieri, in una nota dell'Associazione italiana nucleare: basta includere il credito fiscale federale e quello dello stato del North Carolina, rispettivamente del 30 e del 35 per cento. Con questo sussidio il costo unitario dell'investimento precipita da 6.000 a 2.730 dollari/kilowatt. Equasi triviale dire che, con la stessa logica, con una detassazione del 100 per cento, l'energia potrebbe sgorgare gratis... Ovviamente, così non è: semplicemente, anziché pagare i consumatori in proporzione a quanto consumano, lo farebbero i contribuenti in proporzione a quanto dichiarano. Cambiando l'ordine degli addendi, possono intervenire considerazioni di efficienza allocativa (che sconsigliano il ricorso alla leva fiscale, peraltro), ma non muta il risultato: il solare è ancora maledettamente costoso.

Un discorso uguale e contrario vale per il nucleare. Blackburn e Cunningham si affidano a una sola fonte, che pure fornisce stime largamente inferiori ai 35 centesimi. Il bello è che, applicando la stessa formula al nucleare, pur facendo una serie di ipotesi peggiorative e aggiungendo i costi del personale e della gestione degli impianti (ignorati per il solare), si arriva attorno ai 15 centesimi: cioè al di sotto sia del costo "vero" del solare, sia addirittura del suo costo "sussidiato". Tutto ciò senza neppure considerare i costi di rete. Come la leggendaria formichina, Blackburn e Cunningham si concentrano sulla foglia, e perdono di vista la foresta. A leggere il loro paper, infatti, pare che le utility del North Carolina - e, implicitamente, tutte le altre - abbiano una scelta secca: nucleare oppure solare. Non è così. La competizione non è mai tra una singola fonte e l'altra, ma tra un portafoglio di generazione e l'altro. Soddisfare la domanda elettrica di una società moderna richiede di sfruttare tutte le fonti disponibili, nella misura e per gli scopi in cui sono relativamente più convenienti. Il futuro non è, quindi, sole oppure atomo. L'unica cosa che sappiamo del futuro è che ci saranno sia i pannelli fotovoltaici, sia gli impianti nucleari: e pure il carbone, il gas, l'idroelettrico, eccetera. Beato quel mondo che non ha bisogno di tecnologie eroiche, ma usa razionalmente quel che l'ingegno umano ha creato, nell'attesa delle prossime, e migliori, invenzioni.

* Carlo Stagnaro, Istituto Bruno Leoni Daren Bakst, John Locke Foundation

lunedì 22 febbraio 2010

Da Obama la lezione nucleare

Dopo aver deluso i pacifisti e chi sognava la sanità pubblica, Obama rompe anche il grande tabù dei Verdi annunciando un piano nucleare da 8 miliardi di dollari. Il governo offrirà questa “garanzia” alle imprese che hanno vinto l’appalto per due nuove centrali atomiche in Georgia. “I nuovi impianti – ha detto il Presidente dalla sede del sindacato degli elettrici – ridurranno le emissioni di CO2 di 16 milioni di tonnellate ogni anno, il che equivale a togliere dalle strade tre milioni e mezzo di automobili”.

Con questa mossa, il Presidente ha ottenuto tre risultati contemporaneamente. Il primo è aver trasformato il nucleare in una parola d’ordine ambientalista, ripensando da sinistra a forme di energia non inquinanti. Il secondo è aver spazzato via la vulgata per cui nel mondo non si costruirebbero più centrali atomiche. Non è così perché siamo in piena new wave dell’atomo: Germania, Olanda, Scandinavia, tutte nazioni che hanno governi e opinioni pubbliche particolarmente attente e consapevoli dal punto di vista ambientalista, nei prossimi anni costruiranno nuove centrali o proseguiranno nei loro programmi precedenti. Lo Stato pioniere, la Francia, che ha fatto dell’atomo la sua principale fonte di energia, progetta 5 impianti e la Gran Bretagna e gli Usa (l’America di Bush e quella di Obama) fanno altrettanto.

C’è poi un terzo risultato che mostra l’abilità politica del Presidente: aver spiazzato i radicali del Partito Democratico è servito ad aumentare il suo consenso in pezzi non trascurabili dell’elettorato indipendente e repubblicano. Come ha fatto Obama a raggiungere questo risultato bipartisan? Esponendosi in prima persona senza farsi condizionare troppo dalle possibili reazioni dell’elettorato alla parola “nucleare”. Grazie a una visione chiara e una progettualità condivisa, visto che l’atomo può essere un ottimo oggetto di scambio con i governatori degli Stati americani e i politici delle comunità locali che ospiteranno le centrali, compresi i suoi avversari (commesse, compensazioni, pochi ma qualificati posti di lavoro, eccetera).

Noi che il nucleare ancora non l’abbiamo dovremmo prendere esempio da quello che è accaduto in America. Non è un discorso che riguarda i Verdi e gli ambientalisti di casa nostra, che se si parla di nucleare paiono francamente irrecuperabili a qualsivoglia forma di dialogo con il governo. Ci rivolgiamo invece a quella parte della classe politica che ha deciso di (ri)lanciare questo progetto. Nel nostro Paese continuiamo a vivere con lo spettro di Chernobyl e a pensare che il mondo possa fare a meno del nucleare. Così anche la nostra classe politica, quella favorevole alle nuove politiche del governo, teme che l’elettorato possa reagire malamente alle centrali – come dimostra la campagna elettorale per le regionali, con Vendola e la Bonino che ripropongono le loro nostalgiche ma ancora propizie battaglie giovanili, senza trovarsi di fronte avversari pronti a sventolare con la stessa chiarezza la bandiera del nucleare, bensì dicendo “sì ma non a casa mia”.

Proceda, allora, il ministro Scajola, nell’accelerazione dei tempi per la costituzione della Agenzia per la sicurezza nucleare – tassello fondamentale – confrontandosi apertamente con la società italiana, che non è detto sia pregiudizialmente contraria alla ripresa dell’atomo.

Fonte L'Occidentale