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mercoledì 10 novembre 2010

Studio Fondazione Impresa: ecco le regioni più “green”

Negli ultimi anni si sente parlare sempre più spesso di rivoluzione verde nell’economia. In una fase in cui la questione energetica e ambientale sono tornate d’attualità, Fondazione Impresa ha dato vita a uno studio che fotografa proprio lo stato dell’arte delle nostre regioni sulla cosiddetta green economy.Secondo lo studio le regioni più “green” d’Italia sono Trentino Alto-Adige, Toscana e Basilicata, seguite da Calabria, Val d’Aosta e Veneto.

La classifica è stata ottenuta sulla base del valore dell’IGE (Indice di Green Economy), calcolato a partire da nove indicatori: energia elettrica ottenuta da fonti rinnovabili, energia elettrica ricavata da fonti idriche, energia elettrica derivante da fonti non idriche, quota di rifiuti solidi urbani che viene differenziata, frazione organica della raccolta differenziata, quota di rifiuti solidi urbani destinati a discarica, numero totale di operatori nel biologico ogni 100mila abitanti, incidenza delle coltivazioni destinate al biologico sul totale della superficie agricola utilizzata, efficienza energetica.

In particolare, per quanto riguarda la produzione energetica, l’associazione ha calcolato anche l’incidenza nelle regioni della produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili (distinguendo tra fonti idriche, eoliche, fotovoltaiche, geotermiche e biomasse). Le regioni con il mix migliore sono Sardegna, Molise e Basilicata. In riferimento alle singole tipologie di rinnovabili, le fonti idriche sono presenti soprattutto al Nord, mentre quelle eoliche e le biomasse prevalgono soprattutto al Centro e nel Sud; fotovoltaico e geotermico sono, invece, ancora poco diffusi.

Dallo studio si vede chiaramente innanzitutto che la mappa della green economy tocca Nord e Sud senza distinzioni. Le stesse rinnovabili, poi, seppur in modo non omogeneo, sono ormai presenti in tutta la penisola. Dimostrazione che la consapevolezza per il rispetto dell’ambiente è presente ovunque, così come la tendenza a orientarsi verso fonti energetiche più “pulite” rispetto a quelle tradizionali. La strada verso un mix energetico “eco-friendly” sembra ormai avviata.

mercoledì 4 agosto 2010

Ancora su Veronesi e il nucleare...

Ne Il Giornale di lunedì 26 luglio, Mario Capanna incita il Prof. Veronesi a non assumersi la responsabilità della presidenza dell’Agenzia per la sicurezza nucleare. Per convincere l’eminente scienziato, Capanna tira fuori le solite banalità: “le centrali producono scorie di plutonio, materiale che non esiste in natura e ha tempi di dimezzamento della radioattività pari a 24.300 anni – resta dunque altamente inquinante per 240.000 anni. Vorrebbe, l’illustre oncologo , dire gentilmente dove le conserveremmo, in condizioni di reale sicurezza, in un paese ad alta sismicità come il nostro?”. Capanna afferma, inoltre, che il solare è la nostra soluzione, e che i soldi ci sono, come affermato dal Premio Nobel Rubbia e come, viceversa, messo in dubbio dal Prof. Veronesi.

Lo sa, il nostro esperto di problemi energetici, che se TUTTA l’energia elettrica in Italia fosse prodotta col nucleare, le scorie ad alta attività coprirebbero un campo da tennis per l’altezza di un metro? Ha mai fatto, il Capanna, un giro in Giappone per vedere i 54 reattori funzionanti senza un incidente anche in presenza di forti terremoti?

Il solare alla Rubbia è certamente interessante per piccoli impianti e dove non piove mai. L’impianto solare “Archimede”, inaugurato da poco vicino a Siracusa, dovrebbe, con i suoi 5 MW di potenza, essere sinergico e complementare alla vicina centrale a gas da 760 MW. Tenendo conto del fattore di utilizzo della centrale solare (20%) e di quella a gas (90%), risulta che la centrale alla Rubbia produce 1 e quella a gas produce 700! E si parla di complementarietà tra le due? Ridicolo. Spero proprio che il Prof. Veronesi accetti la direzione dell’Agenzia del nucleare e faccia piazza pulita di tutti questi pastorelli e pastorelle della Novella Arcadia, solo impedimento al moderno sviluppo del nostro Paese.

Fonte

lunedì 2 agosto 2010

Proprio sicuri che l'energia solare costi meno del nucleare?

Sì, se si ricorre ad assunti irrealistici e trucchi contabili
di Carlo Stagnaro e Daren Bakst

Il solare costa meno del nucleare, quindi niente atomo, solo sole. Lo dice uno studio realizzato dagli economisti John Blackburn e Sam Cunningham, per conto dell'organizzazione ambientalista del North Carolina NC Warn. Il paper ha fatto rapidamente il giro del mondo: grazie prima al lancio del New York Times, poi all'attenzione dei maggiori quotidiani, anche nel nostro paese; e forse anche grazie alla penuria estiva di notizie. Nessun dubbio, del resto, che ne escano numeri sensazionali. Ma sono numeri convincenti?

Secondo gli autori, l'energia solare ha un costo medio di generazione di 15,9 centesimi di dollaro al kilowattora (in discesa), contro i 17 centesimi del nucleare (in salita) e un prezzo di mercato di circa 8 centesimi (nel 2008 in North Carolina, stato americano a cui lo studio si riferisce). Dietro questi dati ci sono una serie di ipotesi che tendono a sottostimare il costo del solare: per esempio, i due economisti assumono che i pannelli producano energia per quasi 1.600 ore l'anno, contro le circa 1.400 ore effettivamente registrate in North Carolina. Anche prendendo tutto per buono, si ottiene un risultato diverso: cioè 35 centesimi. Per scendere fino a 15,9 centesimi - cioè far apparire competitivo ciò che non lo è - ci vuole un trucco, immediatamente smascherato, ieri, in una nota dell'Associazione italiana nucleare: basta includere il credito fiscale federale e quello dello stato del North Carolina, rispettivamente del 30 e del 35 per cento. Con questo sussidio il costo unitario dell'investimento precipita da 6.000 a 2.730 dollari/kilowatt. Equasi triviale dire che, con la stessa logica, con una detassazione del 100 per cento, l'energia potrebbe sgorgare gratis... Ovviamente, così non è: semplicemente, anziché pagare i consumatori in proporzione a quanto consumano, lo farebbero i contribuenti in proporzione a quanto dichiarano. Cambiando l'ordine degli addendi, possono intervenire considerazioni di efficienza allocativa (che sconsigliano il ricorso alla leva fiscale, peraltro), ma non muta il risultato: il solare è ancora maledettamente costoso.

Un discorso uguale e contrario vale per il nucleare. Blackburn e Cunningham si affidano a una sola fonte, che pure fornisce stime largamente inferiori ai 35 centesimi. Il bello è che, applicando la stessa formula al nucleare, pur facendo una serie di ipotesi peggiorative e aggiungendo i costi del personale e della gestione degli impianti (ignorati per il solare), si arriva attorno ai 15 centesimi: cioè al di sotto sia del costo "vero" del solare, sia addirittura del suo costo "sussidiato". Tutto ciò senza neppure considerare i costi di rete. Come la leggendaria formichina, Blackburn e Cunningham si concentrano sulla foglia, e perdono di vista la foresta. A leggere il loro paper, infatti, pare che le utility del North Carolina - e, implicitamente, tutte le altre - abbiano una scelta secca: nucleare oppure solare. Non è così. La competizione non è mai tra una singola fonte e l'altra, ma tra un portafoglio di generazione e l'altro. Soddisfare la domanda elettrica di una società moderna richiede di sfruttare tutte le fonti disponibili, nella misura e per gli scopi in cui sono relativamente più convenienti. Il futuro non è, quindi, sole oppure atomo. L'unica cosa che sappiamo del futuro è che ci saranno sia i pannelli fotovoltaici, sia gli impianti nucleari: e pure il carbone, il gas, l'idroelettrico, eccetera. Beato quel mondo che non ha bisogno di tecnologie eroiche, ma usa razionalmente quel che l'ingegno umano ha creato, nell'attesa delle prossime, e migliori, invenzioni.

* Carlo Stagnaro, Istituto Bruno Leoni Daren Bakst, John Locke Foundation

lunedì 21 dicembre 2009

Il nucleare è più economico del solare

Riprendo da un mio amico una tabella molto interessante che elenca i costi da fonti energetiche diverse.

Questa tabella è stata elaborata grazie al Calcolatore dei costi di produzione dell’energia messo a disposizione dal SETIS, un sito varato dalla Commissione europea che consente di valutare il prevedibile apporto di ciascuna tecnologia agli obiettivi di riduzione della CO2 assunti dalla UE, sia dal punto di vista del potenziale tecnologico, sia da quello dei costi. Il calcolo effettuato fornisce i risultati dei costi attuali e proiettati al 2020 (a valori 2007) relativamente al MW elettrico prodotto (1 MW = 1.000 kW).
La tabella chiarisce che non è vero che il nucleare è la fonte d’energia più costosa e che produrre energia con il solare costa (costerà) dieci volte di più. Ora, se i dati sono attendibili, l’"argomento costi", per chi si oppone al nucleare, cade miseramente. E del resto, non si capirebbe altrimenti perchè il nucleare è presente nella maggiorparte dell'Europa, mentre continua la ricerca per migliorarne la qualità e per risolvere il problema delle scorie. Certo, ci vuole molto solare e anche eolico (che però, benchè competetivo ha i suoi problemi per la qualità dell’energia prodotta e per le ingenti spese di adeguamento della rete non calcolate nella tabella)...

E infine, consiglio anche questa lettura per avere un'idea più precisa sui costi del fotovoltaico in Italia.

domenica 5 aprile 2009

Report: 3° parte


Poi si passa in rassegna l’Uranio, che si giudica fonte limitata per sostenere un investimento sul nucleare. Ma è vero? A leggere qui non si direbbe... Ma non basta. In Tv ecco le immagini delle popolazioni nigeriane coinvolte nell’estrazione dell’uranio e di un villaggio che ignaro della pericolosità del materiale, riutilizza gli strumenti usati per l’estrazione come utensili per il vivere quotidiano. Le immagini sono toccanti: bambini del terzo mondo che giocano con attrezzi ad alta percentuale di radiazioni. Ma la storia della Nigeria non è solo quelle legata all’Uranio e agli investimenti sul nucleare. È una storia di povertà, di fame e di guerra. Troppo vasta per approfondire qui. Direi quasi fuori luogo…

E dopo la Francia, Germania e Africa, arriviamo in Italia, all’accordo del 24 febbraio tra Berlusconi e Sarkozy. Accordo anticipato da qualche informazione sull'Areva e sul “disastroso” bilancio del 2008. In Rete l’associazione “Sortir du nucléaire” sembra non mancare mai di ricordarlo: «Incapace di riconoscere il suo fallimento programmato, Madame Lauvergeon (a capo dell’Areva) si è lanciata in una insensata che ha tutte le chance per finire in un disastro industriale e finanziario. Subito dopo si parla dell'accordo Enel EDF. E ai più digiuni, questa operazione, dopo tali premesse, ha il sapore di una fregatura. Poi è la volta di S. Lhomme, portavoce del movimento Sortir du nucleaire, arrestato per aver rubato un documento confidenziale di Edf in cui si riconosce che il reattore francese Epr non sarebbe sicuro per resistere ad un incidente aereo. Ma essendo il documento confidenziale, diciamo che è la sua parola “contro” Edf.

Sul finale della puntata si parla della borsa elettrica. E sul caro costo dell’energia, ne parla Filippo Giusto dell’Esperia Energia. E qui brutte notizie per tutti: i consumatori pagano a caro prezzo l’energia e non pagheranno meno con il nucleare. E allora la Francia? Perché non parlare anche delle bollette francesi?

E così eccoci giunti al lieto fine … quello fatto dalle rinnovabili e da piccoli risparmiatori che mettendo insieme qualche soldino, hanno partecipato all’iniziativa “adotta un Kilowatt”. Da questa iniziativa è nata una cooperativa: produttori e consumatori insieme per scambiarsi energia. Tutto ciò è bellissimo e ci trova d’accordo sulla necessità di investimenti di questo genere. Ma per carità … non ce lo fate passare come alternativa al nucleare.