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lunedì 7 marzo 2011

Il Canada finanzia un nuovo centro di ricerca

La provincia del Saskatchewan (Canada centro-occidentale) ha stanziato 30 milioni di dollari (22 milioni di euro) in 7 anni per creare un nuovo centro di ricerca nucleare presso l'Università del Saskatchewan di Saskatoon. Lo ha annunciato il 2 marzo Brad Wall, capo del governo provinciale.

Il progetto riguarda in particolare la ricerca nell'ambito medicina nucleare, della scienza dei materiali e della radiochimica. Per quanto riguarda le applicazioni industriali, si occuperà dello sviluppo dei piccoli reattori modulari: un progetto che secondo molti potrebbe rappresentare il futuro dell'energia nucleare.

Secondo Wall il nuovo centro permetterà al Saskatchewan di riconquistare la posizione di avanguardia nella ricerca nucleare che aveva avuto per decenni. Walll ha ricordato infatti che proprio nell'Università del Saskatchewan, all'inizio degli anni Cinquanta, gli scienziati avevano sviluppato una delle prime terapie nel campo della medicina nucleare: un trattamento contro il cancro a base di cobalto 60, ancora oggi largamente usato in tutto il mondo.

«Con questo nuovo entusiasmante centro di ricerca multidisciplinare, la nostra università farà fruttare le proprie risorse storiche. Diventerà un centro di eccellenza a livello internazionale per la ricerca, l'innovazione e la formazione nel campo dell'energia nucleare, ma anche per gli studi sui suoi aspetti sociali e ambientali. Potremo ingaggiare nuovi ricercatori, finanziare borse di studio e in generale creare opportunità di ricerca a livello di avanguardia», ha dichiarato il rettore Peter MacKinnon.

L'Università del Saskatchewan dispone già di varie apparecchiature di ricerca nucleare: il Canadian Light Source synchrotron, il reattore di ricerca Slowpoke e il reattore sperimentale a fusione STOR-M.

Il Saskatchewan, con una popolazione di un milione di abitanti, ha una produzione di 10.000 tonnellate di uranio all'anno. La vocazione nuclearista della provincia coinvolge anche il mondo politico e industriale: pur non avendo centrali nucleari, è fra i candidati per ospitare il deposito nazionale di scorie. Inoltre le ricerche che saranno condotte nel nuovo centro potranno creare opportunità commerciali.

Fonte: NuclearNews

venerdì 10 dicembre 2010

L'Africa passa al nucleare

Gli adolescenti africani che hanno imparato da soli a costruire mulini a vento riceveranno anche un'eccellente copertura dai mezzi di informazione occidentali, ma i governi africani sempre più spesso cercano di far fronte altrimenti alle proprie necessità energetiche, e in particolare guardano al nucleare. Attualmente esistono soltanto due impianti nucleari nel continente africano, entrambi in Sudafrica, ma è verosimile che presto saranno in buona compagnia.

A marzo il Senegal è diventato l'ultimo paese africano in ordine di tempo a impegnarsi a realizzare un impianto per la produzione di energia nucleare entro la fine di questo decennio, e la Francia – ex potenza coloniale – si è già offerta di prestargli assistenza tecnica. Anche Algeria, Egitto, Ghana, Kenia, Marocco, Tunisia e Uganda auspicano di avere in funzione propri impianti nucleari entro la fine del decennio e di poter far fronte al fabbisogno energetico aggirando l'aumento dei prezzi dei carburanti e le molteplici tasse applicate ai normali impianti elettrici oggi esistenti. Il Sudafrica vive un periodo di boom e cercherà di aggiungere entro il 2023 altri sei nuovi impianti a quelli già esistenti.

L'Africa possiede circa il 18 % dell'uranio reperibile nel pianeta, ma la sua tecnologia e il suo know-how nucleare sono molto scarsi. Di conseguenza Cina, Giappone, Russia e Corea del Sud hanno già iniziato a esportarvi la tecnologia nucleare.

Il Sole24Ore

martedì 23 novembre 2010

Quanto è costato all'Italia uscire dal nucleare?

.. è costato 45 miliardi di euro. Il conto è stato presentato dallo studio “I costi del mancato sviluppo del nucleare in Italia”, realizzato da Andrea Gilardoni, Stefano Clerici e Luca Romè nell’ambito dell’Osservatorio “I Costi del non fare”: si tratta di una cifra compresa tra i 29 e i 45 miliardi di euro.

L’ampiezza dell’intervallo è determinata dal tipo di scenario considerato, anche se sul fatto che un danno economico ci sia stato sembrano non esserci dubbi. Lo studio ricorda come, però, proprio nell’anno della catastrofe di Chernobyl, il Governo aveva programmato la realizzazione di nuove centrali per una potenza cumulata complessiva di oltre 13.000 Mw, pari al 22% della potenza complessiva installata sul territorio nazionale. Il saggio delinea così due diversi scenari: il primo immagina appunto uno sviluppo come quello ipotizzato nel 1986 (con un proseguimento dell’attività nucleare), mentre il secondo scenario, più moderato, si basa su una sostanziale stabilità (9.000 Mw di capacità) della produzione atomica italiana.

Anche in quest’ultimo caso, secondo l’Osservatorio del non fare, il confronto rispetto a questi ultimi 23 anni senza atomo sarebbe inequivocabile: con una produzione nucleare moderata l’Italia avrebbe infatti risparmiato 29 miliardi di euro, mentre nello scenario avanzato il guadagno sarebbe stato di 44,8 miliardi.

In entrambi i casi oltre 17 miliardi sono derivati dai costi legati al decomissioning dei vecchi impianti e ai rimborsi alle società che operavano nel nucleare che l’Italia ha dovuto affrontare in questi anni; altri 3 o 6 miliardi di euro (a seconda dello scenario) arrivano dal rendimento di capitale risparmiato. La vera differenza tra le due ipotesi la fanno però i maggiori costi di generazione elettrica che il nostro paese ha dovuto subire per l’addio al nucleare: se si fosse avverato lo scenario moderato lo scarto rispetto alla situazione reale sarebbe stato di 8 miliardi di euro, che invece diventano oltre 21 miliardi se si prende in considerazione la previsione di sviluppo atomico del 1986.

In particolare, dal 2000 in poi l’Italia ha dovuto compensare l’assenza di energia atomica con l’acquisto di fonti fossili come petrolio e gas, il cui prezzo è inesorabilmente cresciuto negli ultimi dieci anni. Al contrario il costo di generazione del nucleare è rimasto del tutto stabile dal 1987 in avanti e addirittura il costo della materia prima (l’uranio) rispetto a quella data si è ridotto dai 3.397 euro al chilo agli attuali 1.967 euro.

Il Sole24ore

mercoledì 25 agosto 2010

Red Book 2010: uranio risorse per minimo altri 100 anni

E’ uscito l'ultimo rapporto sulle riserve uranifere mondiali, aggiornato al 1° gennaio 2009. Noto come Red Book, questa ricognizione globale delle risorse di uranio è frutto del lavoro congiunto della IAEA – NEA (agenzia OECD per il nucleare) ed è pubblicato ogni due anni.

Notevoli le novità dell’ultima edizione rispetto a quella del 2007: le riserve uranifere mondiali certe sono aumentate del 15% arrivando a 6,3 milioni di tonnellate dai 5,5 milioni del precedente Red Book. Questo aumento è imputabile principalmente a nuove valutazioni dei giacimenti già conosciuti. E' stata aggiunta una nuova categoria di prezzo, <260$/kg (100$/lb), dovuta a vari fattori: la progressione delle quotazioni dell'uranio dal 2003 ( superando i 100$/kg nel corso del 2007), l’aumento dei costi estrattivi (alcuni paesi hanno introdotto nuove tassazioni) e l’aspettativa di futuri rialzi con la progressiva realizzazione di nuove centrali in costruzione.

Per la lettura integrale continua su newclear

giovedì 3 giugno 2010

Attaccheresti la tua macchina dell’ossigeno a un pannello fotovoltaico?

Leggo e ripropongo, perchè condivido!
La mancanza di informazione sull'energia è tipica della nostra società, ed è la causa principale di molti pregiudizi. Lo sostiene un editoriale firmato da Stephen Rashid sul quotidiano americano Wellsville Daily.

In risposta a un altro editoriale, firmato da Kathryn Ross, Rashid critica l'ignoranza dell'autrice e più in generale di buona parte della popolazione in tema di energia, e in particolare di fonti rinnovabili: «Siamo abituati a ricevere l'elettricità a casa senza chiederci come ci arriva. È facile parlare di energia pulite se non ci si deve preoccupare dei dettagli della produzione».

Rashid spiega che per avere l'energia che si ottiene con un mucchietto di uranio grande come una pallina da golf al giorno, servirebbe un treno carico di carbone al giorno, oppure 12 chilometri quadrati di pannelli solari, oppure 2100 turbine eoliche (che comportano un alto costo, anche ambientale, per la fabbricazione e il trasporto).

«È il paradosso dell'energia "pulita": sembra una buona idea finché uno non vede l'armamentario che comporta». Quando infatti è stata proposta la costruzione di un parco eolico nello Stato di New York, ricorda Rashid, a protestare sono stati i gruppi ambientalisti, preoccupati per l'impatto paesaggistico.

«Possiamo anche firmare petizioni contro il nucleare. Ma, realisticamente, questo non porterà più eolico e solare, bensì più petrolio, gas e carbone. Oppure possiamo guardare ai numeri, e renderci conto che il nucleare certamente non è una soluzione perfetta, ma è l'opzione migliore che abbiamo al momento. Se Patrick Moore, uno dei fondatori di Greenpeace, si dichiara in favore del nucleare, potrebbe essere il caso di farci un pensiero».

Per sottolinea la sicurezza dell'approvvigionamento elettrico che solo l'energia nucleare può fornire, Rashid conclude con una domanda provocatoria: «Se ti trovassi nella spiacevole situazione di essere tenuto in vita da una macchina dell'ossigeno, saresti disposto ad allacciarla a un pannello fotovoltaico o a una pala eolica?».

giovedì 7 gennaio 2010

Quando le fonti rinnovabili non bastano


Le energie rinnovabili, estremamente necessarie e il cui contributo è auspicato aumentare considerevolmente, non potranno però essere sufficienti da sole a far fronte ai nuovi bisogni energetici.
Come è noto, solare e eolico hanno per loro natura una disponibilità discontinua: sole e vento non sono sempre presenti durante giorno e notte, 7 giorni su 7. Tali tecnologie possono dunque essere sfruttate per far fronte ai fabbisogni energetici nei momenti di maggior richiesta nell’arco della giornata ma non per soddisfare le continue necessità di base di energia di un Paese. L’approvvigionamento energetico di un Paese non può dunque essere subordinato alle variazioni climatiche.
Basti pensare che per produrre la stessa quantità di energia prodotta da una centrale nucleare in un anno, sarebbe necessario istallare 15000 ettari di pannelli fotovoltaici (corrispondente a 1 volta e mezzo il lago di Como o 30'000 campi di calcio).


Quante sono le risorse energetiche del pianeta?

Nonostante le varie previsioni disponibili non convergano, è importante notare che, in base alle informazioni contenute nel British Petroleum Statistical Review 2008 ed alle informazioni contenute nel World Energy Outlook 2008 della International Energy Agency, il rapporto tra riserve accertate e recuperabili e la produzione della fonte energetica considerata (ipotizzando livelli di produzione futuri costanti e pari a quelli attuali) è pari a:

GAS: circa 60 anni (~177.000 miliardi di m3)
Petrolio: circa 42 anni (~1.230 miliardi di barili)
Carbone: circa 164 anni (~ 900 miliardi di tonnellate)

Per l’uranio invece, considerando le sole riserve già identificate, sono ancora disponibili riserve per circa 5,5 milioni di tonnellate equivalenti a 100 anni di produzione elettrica ai tassi attuali .
Considerando le cosiddette riserve convenzionali, che includono sia le risorse già identificate che quelle stimate sulla base delle attuali conoscenze tecnico-ingegneristiche, si raggiungono circa 16 milioni di tonnellate di riserve equivalenti a circa 290 anni di produzione elettrica ai tassi attuali.

domenica 5 aprile 2009

Report: 3° parte


Poi si passa in rassegna l’Uranio, che si giudica fonte limitata per sostenere un investimento sul nucleare. Ma è vero? A leggere qui non si direbbe... Ma non basta. In Tv ecco le immagini delle popolazioni nigeriane coinvolte nell’estrazione dell’uranio e di un villaggio che ignaro della pericolosità del materiale, riutilizza gli strumenti usati per l’estrazione come utensili per il vivere quotidiano. Le immagini sono toccanti: bambini del terzo mondo che giocano con attrezzi ad alta percentuale di radiazioni. Ma la storia della Nigeria non è solo quelle legata all’Uranio e agli investimenti sul nucleare. È una storia di povertà, di fame e di guerra. Troppo vasta per approfondire qui. Direi quasi fuori luogo…

E dopo la Francia, Germania e Africa, arriviamo in Italia, all’accordo del 24 febbraio tra Berlusconi e Sarkozy. Accordo anticipato da qualche informazione sull'Areva e sul “disastroso” bilancio del 2008. In Rete l’associazione “Sortir du nucléaire” sembra non mancare mai di ricordarlo: «Incapace di riconoscere il suo fallimento programmato, Madame Lauvergeon (a capo dell’Areva) si è lanciata in una insensata che ha tutte le chance per finire in un disastro industriale e finanziario. Subito dopo si parla dell'accordo Enel EDF. E ai più digiuni, questa operazione, dopo tali premesse, ha il sapore di una fregatura. Poi è la volta di S. Lhomme, portavoce del movimento Sortir du nucleaire, arrestato per aver rubato un documento confidenziale di Edf in cui si riconosce che il reattore francese Epr non sarebbe sicuro per resistere ad un incidente aereo. Ma essendo il documento confidenziale, diciamo che è la sua parola “contro” Edf.

Sul finale della puntata si parla della borsa elettrica. E sul caro costo dell’energia, ne parla Filippo Giusto dell’Esperia Energia. E qui brutte notizie per tutti: i consumatori pagano a caro prezzo l’energia e non pagheranno meno con il nucleare. E allora la Francia? Perché non parlare anche delle bollette francesi?

E così eccoci giunti al lieto fine … quello fatto dalle rinnovabili e da piccoli risparmiatori che mettendo insieme qualche soldino, hanno partecipato all’iniziativa “adotta un Kilowatt”. Da questa iniziativa è nata una cooperativa: produttori e consumatori insieme per scambiarsi energia. Tutto ciò è bellissimo e ci trova d’accordo sulla necessità di investimenti di questo genere. Ma per carità … non ce lo fate passare come alternativa al nucleare.