Con l’annuncio del ritorno al nucleare dell’Italia sono ricominciate puntualmente polemiche e proteste di vario genere. Scene già viste in tanti altri casi, dalla questione del surriscaldamento globale all’emergenza rifiuti.
Documentandomi in rete, ho letto da più parti che spesso tutte queste battaglie non sono poi così “limpide” e disinteressate come si vuole far credere: in alcuni casi i protagonisti, come si dice, “predicano bene e razzolano male”. Mi spiego: poco tempo fa ho trovato un articolo, corredato da link e fonti, che parlava proprio degli “affari” della principale associazione ambientalista di casa nostra, Legambiente.
Mi limito a citare qualche esempio: in passato l’associazione ha protestato contro la centrale Turbogas a Pontinia, ma “stranamente” non contro quella di Modugno (Puglia), che doveva essere costruita da Sorgenia (operatore privato dei settori energia elettrica e gas). Un comportamento quantomeno poco coerente, dato che si tratta di impianti dello stesso tipo. Ebbene, proprio Legambiente possiede il 10% delle azioni di questa società. Dimostrazione di come, nel caso della struttura pugliese, l’associazione che si batte per la tutela dell’ambiente abbia evidentemente in gioco interessi di altra natura.
Non finisce qui: Legambiente e Sorgenia fanno parte entrambe del Kyoto Club, no-profit che, insieme all’associazione ambientalista e ad Ambiente Italia, è comproprietaria della società srl Azzero CO2. Una delle attività di questa società è la compravendita di C.a.r.b.o.n. C.r.e.d.i.t. , certificati di credito di emissioni di CO2: si tratta di un sistema ideato per “compensare” le emissioni di CO2 prodotte dalle nostre attività. In parole povere, ciascuno di noi può pagare dei “credit” di valore variabile in base alla quantità di CO2 generata. Soldi che vanno a finanziare progetti, soprattutto in paesi in via di sviluppo, che dovranno assorbire tanta anidride carbonica quanta ne è stata emessa in più. Che significa tutto questo discorso? Che da un lato Legambiente lotta per la riduzione delle emissioni di CO2, dall’altro è direttamente coinvolta in questa compravendita: un conflitto d’interessi “ecologico”, si può definire.
Ma se a muovere le battaglie di Legambiente sembra esserci qualche interesse economico, si potrebbe sollevare qualche dubbio anche sul fatto che l’associazione sia completamente “apartitica”, così come si legge sul suo sito. Scorrendo l’elenco dei presidenti, è difficile trovare qualcuno che non abbia avuto a che fare con la politica. Si può ancora affermare con certezza che i partiti siano totalmente estranei all’associazione?
Ognuno è libero di pensarla come vuole, ma, a mio parere, prima di sposare una causa e fare una protesta, bisognerebbe conoscerne bene le ragioni e le logiche che sono alla base.
Anche quando una battaglia sembra completamente disinteressata e animata dai più nobili ideali.
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venerdì 5 novembre 2010
mercoledì 13 ottobre 2010
Ridurre le emissioni di CO2
Da un paio d’anni l’Agenzia Internazionale dell’Energia realizza appositi studi (Energy Technology Perspectives) mirati a definire quali siano le possibili alternative per ridurre la concentrazione di CO2 nell’atmosfera a livelli tali da contrastare efficacemente il cambiamento climatico e, quindi, scongiurare le più drammatiche conseguenze del riscaldamento globale.Tali studi ipotizzano diversi scenari per le emissioni di CO2 al 2050. Il più modesto dei quali punta a limitare le emissioni, a quella data, agli stessi livelli attuali, e il più severo a ridurle del 50% rispetto a quelle di oggi.
In entrambi i casi, per ottenere gli obiettivi prefissati (quali che siano), gli esperti dell’IEA ritengono necessaria una vera e propria rivoluzione nel modo di produrre e consumare energia. Rivoluzione che prevede, seppur a livelli diversi per ciascuna tecnologia, a seconda degli obiettivi finali:
- un forte ricorso alle fonti rinnovabili
- l’utilizzo su vasta scala del nucleare
- l’adozione massiccia delle tecnologie di cattura e sequestro geologico della CO2 (CCS – Carbon and Capture Storage)
- lo sviluppo di un sistema di trasporti a zero emissioni di carbonio
- un netto miglioramento dell’efficienza energetica
Ma, avverte l’IEA, non esiste l’opzione “facciamo questo e non facciamo quello”. Perchè nemmeno tutto, ma proprio tutto quello che possiamo fare può darci la certezza che sarà sufficiente. Ora, in teoria è anche possibile che gli esperti dell’IEA siano degli incompetenti o dei biechi venduti agli interessi di questa o quella industria. Se la pensate così, il discorso è chiuso.
Altrimenti sarei lieto se quanti ritengono che del nucleare in Italia se possa fare a meno ci ragionino un po’, su quanto afferma l’IEA.
Fonte: Enerblog
lunedì 11 ottobre 2010
2 italiani su 10 conoscono il nucleare
Giovedì scorso decine di attivisti Greenpeace hanno “consegnato” al Parlamento europeo due container di rifiuti radioattivi, protestando contro la direttiva della Commissione europea sulla gestione delle scorie. Il grido di battaglia è stato «Nuclear waste, no solution». Il messaggio è chiaro: non c’è soluzione al problema delle scorie.
Ma non finisce qui: lunedì 18 ottobre sempre Greenpeace ha organizzato a Roma “Nuclear Emergency”, una serata evento per dire “no” al nucleare.
L’associazione ambientalista, si sa, non è nuova a queste iniziative: qualche mese fa, era salpata da Civitavecchia la “Rainbow Warrior”, una nave “verde” teoricamente alimentata da quattro vele, ma in realtà tutt’altro che pulita. L’imbarcazione era dotata di motore e di un ponte portaelicotteri, con livelli di consumo di nafta non indifferenti.
Cosa hanno in comune queste tre eventi oltre al fatto di essere state organizzati da Greenpeace? Tutte e tre fanno di una menzogna, o comunque di un’informazione non completamente corretta, il loro elemento centrale. Come già detto altre volte, infatti, non è vero che non ci sia soluzione al problema delle scorie, perché sono previsti già degli impianti per il loro smaltimento, ma soprattutto non è vero che la “rivoluzione energetica pulita” auspicata dall’associazione ambientalista debba tagliare fuori il nucleare.
Quello che l’energia atomica non sia una fonte di energia pulita è da tempo un leitmotiv di Greenpeace, convinta che i sostenitori dell'atomo siano sotto l’effetto di una specie di “propaganda dell’industria nucleare”. Ma resta il fatto che il nucleare ha emissioni di anidride carbonica bassissime, cosa che la rende la più pulita fonte di energia su larga scala. Il che non significa escludere le fonti rinnovabili, che risultano, però, applicabili con maggiori difficoltà a realtà più estese.
Informazioni, queste, ampiamente documentate da ricerche che confrontano i numeri sulla pulizia delle fonti rinnovabili rispetto al nucleare.
Una ricerca, realizzata da Lorien Consulting e dal mensile La Nuova Ecologia, mostra che tra le maggiori preoccupazioni degli italiani c'è l'ambiente: subito dopo il lavoro, infatti, indicato da 9 italiani su 10 del campione intervistato, viene l'ambiente con 7 italiani su 10.
La cosa allarmante è che sempre secondo il sondaggio, sono solo 2 italiani su 10 a conoscere il nucleare, quale fonte di energia al pari delle rinnovabili o del carbone.
Quindi mi chiedo, se a conoscerlo sono solo 2 su 10 come si fa a dire che la maggioranza degli italiani è contraria, se la maggioranza non capisce nemmeno la domanda che gli viene posta? E ancora: è più facile dire di non volere il nucleare, non conoscendo come funziona, che affermare il contrario, non sapendo poi come argomentare la propria tesi (ingnorando l'argomento..)
È arrivato il momento di un'informazione corretta, ma soprattutto sarebbe ora che anche Greenpeace iniziasse a informare obiettivamente e a portare avenati le proprie battaglie sulla base di dati concreti e soprattutto veritieri, piuttosto che approfittare delle paure comuni per ottenere consensi.
Ma non finisce qui: lunedì 18 ottobre sempre Greenpeace ha organizzato a Roma “Nuclear Emergency”, una serata evento per dire “no” al nucleare.
L’associazione ambientalista, si sa, non è nuova a queste iniziative: qualche mese fa, era salpata da Civitavecchia la “Rainbow Warrior”, una nave “verde” teoricamente alimentata da quattro vele, ma in realtà tutt’altro che pulita. L’imbarcazione era dotata di motore e di un ponte portaelicotteri, con livelli di consumo di nafta non indifferenti.
Cosa hanno in comune queste tre eventi oltre al fatto di essere state organizzati da Greenpeace? Tutte e tre fanno di una menzogna, o comunque di un’informazione non completamente corretta, il loro elemento centrale. Come già detto altre volte, infatti, non è vero che non ci sia soluzione al problema delle scorie, perché sono previsti già degli impianti per il loro smaltimento, ma soprattutto non è vero che la “rivoluzione energetica pulita” auspicata dall’associazione ambientalista debba tagliare fuori il nucleare.
Quello che l’energia atomica non sia una fonte di energia pulita è da tempo un leitmotiv di Greenpeace, convinta che i sostenitori dell'atomo siano sotto l’effetto di una specie di “propaganda dell’industria nucleare”. Ma resta il fatto che il nucleare ha emissioni di anidride carbonica bassissime, cosa che la rende la più pulita fonte di energia su larga scala. Il che non significa escludere le fonti rinnovabili, che risultano, però, applicabili con maggiori difficoltà a realtà più estese.
Informazioni, queste, ampiamente documentate da ricerche che confrontano i numeri sulla pulizia delle fonti rinnovabili rispetto al nucleare.
Una ricerca, realizzata da Lorien Consulting e dal mensile La Nuova Ecologia, mostra che tra le maggiori preoccupazioni degli italiani c'è l'ambiente: subito dopo il lavoro, infatti, indicato da 9 italiani su 10 del campione intervistato, viene l'ambiente con 7 italiani su 10.
La cosa allarmante è che sempre secondo il sondaggio, sono solo 2 italiani su 10 a conoscere il nucleare, quale fonte di energia al pari delle rinnovabili o del carbone.
Quindi mi chiedo, se a conoscerlo sono solo 2 su 10 come si fa a dire che la maggioranza degli italiani è contraria, se la maggioranza non capisce nemmeno la domanda che gli viene posta? E ancora: è più facile dire di non volere il nucleare, non conoscendo come funziona, che affermare il contrario, non sapendo poi come argomentare la propria tesi (ingnorando l'argomento..)
È arrivato il momento di un'informazione corretta, ma soprattutto sarebbe ora che anche Greenpeace iniziasse a informare obiettivamente e a portare avenati le proprie battaglie sulla base di dati concreti e soprattutto veritieri, piuttosto che approfittare delle paure comuni per ottenere consensi.
martedì 29 settembre 2009
Deserti verdi

Ecco un'idea davvero innovativa per contrastare la progressione del Global Warming...
Ricoprire di foreste un deserto è un vecchio sogno dell'umanità che le attuali tecnologie di geoingegneria potrebbero trasformare in realtà. Con benefici importanti non solo per le comunità umane, ma anche per le sorti del clima per effetto dell'azione di contrasto che le biomasse vegetali esercitano nei confronti del riscaldamento globale attraverso l'assorbimento di carbonio. L'idea di lavorare a questo progetto - rilanciata sul sito web di Science - è di Leonard Ornstein, biologo del Mont Sinai School of Medicine di New York che l'ha messa a punto in collaborazione con ricercatori del Goddard Institute for Space Studies della Nasa. Nelle sue linee essenziali il progetto prevede di impiantare lungo le coste dell'Australia e del Nord Africa impianti per dissalare acqua di mare e portarla attraverso condotte nel cuore del Sahara e dei deserti australiani. Qui, con impianti di irrigazione a goccia, idonei a ridurre al minimo la quantità di acqua persa per evaporazione o infiltrazione nelle formazioni sabbiose, si verrebbero a creare le condizioni di vita per una serie di piante tropicali a rapida crescita e ad elevata resistenza al calore, come l'Eucalyptus Grandis. La copertura arborea favorirà a sua volta fenomeni di precipitazione che i ricercatori stimano possano con il tempo arrivare fino a 700-1.200 millimetri all'anno. Ma soprattutto, affermano, queste nuove foreste permetteranno di assorbire circa 8 miliardi di tonnellate di anidride carbonica all'anno, contribuendo così in misura davvero significativa a contrastare la progressione del Global Warming. Resta l'obiezione dell'elevato costo complessivo del questo progetto, calcolabile in 2.000 miliardi di dollari. Ma questa cifra - afferma Ornstein -che comunque non sarebbe superiore a quella necessaria a catturare e a neutralizzare un quantitativo equivalente di anidride carbonica con altre tecnologie, verrebbe impegnata per un progetto che include molti altri vantaggi sul piano ambientale, sociale ed economico.
Da Clima/ Foreste nei deserti per fermare il riscaldamento globale
Fonte: Virgilio Notizie
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